Magistero

30 gennaio 1938

30january1938

«Le parole di Cristo Voi siete la luce del mondo possono essere
applicate agli Accademici»
Discorso alla solenne udienza concessa per la Sessione plenaria dell’Accademia

Il Papa loda gli scienziati Marconi e Hertz, entrambi credenti, che indica come esempi da imitare. Come bibliotecario egli era entrato in diretto contatto con la scienza. Fede e scienza non dovrebbero essere separate ma piuttosto, per la loro essenziale unità, cospirare al bene delle anime, al bene delle intelligenze. La capacità scientifica di investigare i mondi creati è un dono di Dio e implica la ricerca della verità. In tale impresa, la luce soprannaturale della fede non contraddice, anzi aiuta, la luce delle scienze.

Il Santo Padre iniziava il Suo dire col rinnovare moltissime congratulazioni al Prof. Bjerknes per le magnifiche cose che aveva dette e per essere egli venuto da una località tanto lontana, da Oslo, ove la cara Pontificia Accademia ha pure un suo socio. Lontana geograficamente Oslo, la Norvegia, ma non lontana – bisognava subito aggiungere – non lontana spiritualmente dal cuore del Padre, dal Vicario di Gesù Cristo; e nemmeno lontana scientificamente; poiché l’illustre professore era venuto appositamente da quell’estrema parte nordica dell’Europa per prendere la parola nell’eletta e solenne adunanza; e rendeva pertanto vicinissima la sua patria, non fosse altro che per i suoi rapporti con l’oggetto che formava il motivo di quella riunione.
Veramente era prezioso l’intervento del prof. Bjerknes, scolaro e collaboratore di Hertz, il quale fu, per così dire, uno dei padri spirituali di Marconi; di Hertz che, scomparso dopo una breve vita, a 37 anni, già aveva percorso la sua via, una via alla quale era ben lieto di essere stato chiamato e prescelto: il che vuole spiegare che Hertz vedeva sopra di sé, dinanzi a sé, Chi l’aveva chiamato e scelto, quel Dio cioè che domina la natura, quel Dio che nella natura e negli esseri suoi più reconditi ha racchiuso splendori di mirabile luce. Allo stesso modo fu di Marconi; in quella stessa maniera infatti Marconi vedeva i portenti del creato: e ciò con efficacia il compianto scienziato aveva manifestato al Santo Padre assai spesso, e proprio anche, per così dire, alla vigilia della sua dipartita, quando già aveva in sé i segni della morte, tenendo egli a ripetere, in una udienza pontificia a Castel Gandolfo, la sua gratitudine al Sommo Pontefice per avere accettato la Sua opera scientifica in servizio della Santa Sede. E l’uno e l’altro scienziato fanno ripensare a quanto scrisse il grande poeta tedesco Schiller: soll das Werk den Meister loben – doch der Segen kommt von oben:1 l’opera deve esaltare il maestro, ma la benedizione viene dall’alto. Ci troviamo qui davvero dinanzi a due di quelle grandi opere a cui l’attività umana sia stata mai chiamata dal Creatore, tanto chiara e così manifestamente su di esse è discesa ed è così splendidamente gloriosa e glorificante la benedizione di Dio.
Gratissimo era dunque l’Augusto Pontefice al professore di Oslo che aveva procurato un’ora così deliziosa e così altamente dilettevole, con parola tanto dotta e autorevole, con un commento tanto appropriato al tema di quella adunanza. Ed egli viene appunto da quelle regioni ove l’opera del grande Marconi – che il Santo Padre aveva visto man mano spiegarsi e sempre seguita nei suoi sviluppi – non più sotto il bel sole di Roma, né sotto i tiepidi cieli d’Italia, ma in mezzo ai ghiacci, nella notte polare, rende servizi inestimabili, così evidentemente provvidi di salvezza anche materiale in mezzo a quelle popolazioni, tra le insidie di una navigazione pericolosa in quei loro mari, e per i loro ambienti e di fronte ai mezzi di cui dispongono.
Sua Santità teneva ripetere al Prof. Bjerknes la Sua riconoscenza e lo faceva, rivolgendosi a lui e dicendogli, in tedesco, che lo ringraziava vivamente per aver voluto essere presente, nonostante i disagi del lungo viaggio, e gli dava, insieme al bene arrivato, un grande saluto per il suo Paese, ove lo scienziato poteva, al suo ritorno, annunciare che il Papa, il vecchio Papa, pensa sempre ai Norvegesi e desidera vivamente, anche se non può molto, poter fare qualche cosa per il loro benessere e per la loro vita.
Inoltre insieme al grande saluto che il Sommo Pontefice inviava a tutti, ma in modo particolare ai vecchi e ai bambini, il caro Accademico poteva assicurare ai suoi concittadini della benedizione del Santo Padre, Che li ama tanto e prega costantemente Iddio per loro.
Veramente – riprendeva quindi in italiano il Santo Padre – non vedeva che cosa poter aggiungere a tutto quanto di bello e di eletto era stato già detto ed a cui si era assistito. Tutto infatti faceva pensare che non solo il grande spirito di Marconi era tornato in quella adunanza, ma che, su quei bellissimi momenti, egli aveva come aleggiato, nel suo ardimento: il caro Marconi al quale il Sommo Pontefice – ed era lieto di poterlo attestare – deve assicurazioni ed espressioni tanto ferventi di una particolare, vera, filiale devozione; attestando altresì la schietta e non dissimulata felicità di lui per aver potuto porre il frutto delle sue ricerche e dello studio scientifico in servizio della Santa Sede: che è quanto dire in servizio della verità nel senso più alto, nel senso più ampio, nel senso più benefico della parola. Né poteva il Santo Padre tralasciare di ripetere la Sua riconoscenza per tutte le testimonianze di profonda devozione che il grande scienziato volle reiteratamente dare alla Persona del Vicario di Gesù Cristo.
Che cosa avrebbe detto poi, a quei carissimi Accademici, italiani ed esteri, convenuti a procurare una vera festa dell’intelligenza e della scienza? Che cosa avrebbe Egli potuto dire che tornasse a loro gradito, pur sapendo che la pietà filiale rende amabile tutto quanto viene dal cuore e dalla voce del vecchio Padre? Voleva dapprima ricordare che la presenza dei dilettissimi membri e soci della Pontificia Accademia delle Scienze Gli risvegliava nello spirito una delle ore più belle, più sublimi della Sua vita: né doveva sembrare fuori luogo il rievocarla, giacché sono di quelle ore che la misericordia di Dio Gli aveva concesso di poter trascorrere, da solo, dinanzi alla grandiosità e maestà della natura, come i grandi Hertz e Marconi trascorsero da soli delle ore nelle quali il loro genio fu chiamato a contemplare incomparabili magnificenze. Il Santo Padre intendeva richiamarsi ad una notte indimenticabile, trascorsa ad oltre 4.600 metri: una notte piena di luce, vera immagine della notte luminosa che circonda il creato e dinanzi alla quale i più grandi ingegni, come Marconi ed Hertz, invocano ed invocheranno sempre più vasti splendori e da ben altri firmamenti, ché questi soltanto possono darli; quella luce che solleva, almeno in parte, il mistero del creato.
Egli dunque si trovò, come nel mezzo di un’assemblea di giganti: erano infatti tutt’intorno più di una decina di vette, tutte più alte di 4.000 metri, che facevano ripensare all’immagine ispirata del profeta Abacuc, giacché quelle grandi altezze parevano alzare, siccome giganti, le braccia al cielo per sembrare ancora più grandi, ancora più alte: Dedit abyssus vocem suam, altitudo manus suas levavit.2 Mai il Santo Padre aveva visto avverarsi quanto dice il Profeta, e in un modo così reale: altezze tra le più grandi altezze, che si slanciano quasi con impeto nuovo verso nuove più eccelse sommità, verso gli abissi dei cieli.
Sua Santità pensava che più d’uno dei presenti non avrebbe trovato fuori luogo il richiamo: quale grande scuola di scienze e quale ricchezza di scienze è infatti l’alta montagna! Già le montagne dicono, a prescindere da altri insegnamenti, quanta abbondanza di ricchezze queste masse rocciose strappano agli abissi della terra per lanciarle agli abissi del cielo: tutto un complesso di forze e di azioni ascose e come riposte nelle immense officine della natura, e che preparano le verdeggianti doti delle colline, le onde benefiche delle acque.
Sicuramente quei cari figli, grandi scienziati, sono chiamati a contemplare così singolari meraviglie e per finalità oltremodo benefiche.
Per un’altra circostanza, poi, data da altro ricordo, l’Augusto Pontefice si sente unito ai diletti Accademici. Molti giorni e tra i più belli della Sua vita – così era piaciuto all’amabile Signore di tutto – Egli ha trascorso nelle biblioteche. Quelle lunghe permanenze Gli avevano dato una certa familiarità con lo splendore dei loro nomi: e dalle loro opere Gli era più volte sembrato di veder fiammeggiare i loro ingegni, il loro genio, le ricerche dei loro studi, proprio come quelle vette a cui aveva accennato, che innalzano le alte braccia al cielo. Quanti dei cari intervenuti a quella adunanza furono più volte col Papa, col vecchio Bibliotecario, sul Suo cammino quotidiano nei palchetti a lunghe file di libri delle biblioteche, svolgentisi per chilometri intorno a Lui: essi, gli scienziati, con le rispettive opere, con i loro grandi nomi, con le vaste ricerche con cui onorano le scienze e le attività dei rispettivi Paesi!
Quanti potevano del resto in quel momento ricordare che il Papa di oggi è il vecchio amico dei libri, degli scrittori e creatori di libri, di quelli che sono e vogliono essere i lavoratori per lo sviluppo delle umane scienze! Orbene questi richiami davano modo di ripensare a una splendida pagina del Vangelo, che ricorda un’altissima missione e responsabilità: una pagina che assai spesso la santa Liturgia propone e che era stata riletta anche qualche giorno innanzi. In essa è il Signore Gesù, Iddio stesso che parla dapprima, ben s’intende, ai Suoi Apostoli ed ai loro successori: ai mandatari dunque non della scienza, ma della Fede; ma tuttavia quelle divine parole possono applicarsi, dopo che agli uomini della fede, a quelli della scienza, giacché provengono da Dio, Signore delle scienze: Deus scientiarum Dominus.3 Fede e scienza Egli non vuole disgiunte e tanto meno in conflitto, ma per la loro stessa essenziale unità, vuole cospiranti al bene delle anime, al bene delle intelligenze.
Fede e scienza. Appartiene alla Fede quella parola che il Divino Maestro dice e ripete: Vos estis lux mundi: … neque accedunt lucernam, et ponunt eam sub modio, sed super candelabrum ut luceat omnibus, qui in domo sunt.4 «Voi siete la luce del mondo: ... e non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sul candeliere, perché faccia lume a tutti quelli che sono in casa». Queste parole – ripeteva Sua Santità – sono dirette a dare, anzitutto, il mandato, la predicazione, l’insegnamento della Fede: l’insegnamento di quelle verità che sono indispensabili a tutti, anche a quelli ai quali parlare delle necessità della scienza diventa crudele derisione, perché non hanno né avranno predisposizione per essa, eppure hanno bisogno della verità, di quella verità essenziale che Hertz e Marconi e tutti quelli che attraverso il creato vedono l’opera del Creatore riconobbero, verità che scioglie il mistero del creato: la verità della Fede. Ma egualmente quelle parole possono essere applicate a coloro che si dedicano a quelle altre verità che vengono come sussidiarie e in aiuto e in servizio della Fede stessa. Anche dunque agli Accademici, agli uomini di scienza si può ripetere: «Vos estis lux mundi». Infatti, non in tutti, come in essi, la mano di Dio ha acceso la luce della scienza e ha dato così lungimirante lo sguardo dell’intelletto. Essi ricevono il privilegio di una luce tanto cospicua: devono perciò usarne per il bene del mondo.
Vero è che tutte le conquiste sinora acquisite della scienza sono ben poca cosa in confronto all’immensa visione del creato, sicché si potrebbe ripetere, col grande scienziato Golgi, parlando del presente, e alludendo appunto alle conquiste fatte: «ignoramus»; e gettando uno sguardo all’avvenire, «ignorabimus»: ma è tuttavia ben sempre una delizia la contemplazione del creato e la ricerca scientifica dei suoi tesori per mezzo della scienza, sino a ieri, si può dire, soltanto descrittiva, di poi più che mai meccanica, oggi divenuta vera indagine incessante intorno a tutto il creato.
È chiaro dunque come Iddio abbia dato a noi la facoltà di indagare non soltanto sulla materia e la sua struttura e composizione, ma anche intorno alla natura, al mistero del creato, con la ricerca di tanti splendori a cui man mano la scienza arriva, e alla base dei quali è lo splendore infinito della Verità.
Bene a proposito pertanto il grande poeta cristiano, Alessandro Manzoni, vedeva nel creato come due categorie: quella delle cose utilissime, la cui utilità è evidentemente manifesta, e l’altra delle cose che sembrano superflue, ma che pur tuttavia tanto concorrono a celebrare la gloria di quella verità. Egli descriveva le prime dicendo:

A Lui che nell’erba del campo
la spiga vitale nascose,
il fil di tue vesti compose,
de’ farmachi il succo temprò:
che il pino inflessibile agli austri,
che docile il salcio alla mano
che il lance a’ verni e l’ontano
durevole all’acque creò;

e poi continuava:

A Quello domanda, o sdegnoso,
perché sull’inospite piagge,
al tremito d’aure selvagge
fa sorgere il tacito for
che spiega davanti a Lui solo
la pompa del pinto suo velo,
che spande ai deserti del cielo
gli olezzi del calice, e muor.5

Vi sono dunque delle cose create, le cui utilità sono così evidenti, così chiare che non hanno bisogno di spiegazioni: a tale categoria appartengono le alte intelligenze degli scienziati, le quali devono perciò diffondere salutare luce intorno a loro; vi sono altre cose create, invece, fatte, si direbbe, unicamente per il gusto di farle, di vederle, e di dire sopra di esse ciò che il grande Poeta così efficacemente ha espresso, con versi insuperabilmente belli, invitando a scorgere l’opera di Dio.
A ragione quegli illustri Accademici appartengono alla prima categoria delle creature che più direttamente coltivano la ricerca della verità: ed ecco perché anche ad essi può applicarsi ciò che nel Vangelo è detto degli Apostoli:: Luceat lux vestra.6 Essi nelle loro ricerche di alti perché, nella loro creazione, nel loro stesso essere nel mondo devono essere sempre una luce, una grande luce per tutti.
Questa idea così alta, questa magnifica costatazione il Santo Padre – l’aveva prima accennato – intendeva dapprima applicare a Se stesso, e a tutti coloro che condividono con Lui l’apostolato della Fede: Noi siamo – Egli diceva – nel mondo per essere la luce che salva, luce soprannaturale della Fede, che supera tutte le altre e che, non contraddicendo, ma aiutando la luce della scienza, l’aiuta in modo unico e incommensurabile a spiegare questo universo. Anzitutto dunque a Lui e a quelli che con Lui coereditano questo apostolato della Fede, la divina parola: «Vos estis lux mundi»; ma poi insisteva nell’applicarla anche a quegli scienziati della Sua Accademia, che la mano di Dio ha chiamato a investigare gli splendori del creato, dando luce di verità scientifica, la quale concorre a disvelare in sempre più vaste visioni e riflessi la Verità increata. Pure per essi vige la parola di Dio: «Vos estis lux mundi». Risplenda in essi quella luce vera di verità scientifiche, che apporta di continuo larghi benefici all’umanità, ma poi risalga alla sorgente di tutte queste verità. È infatti la mano di Dio che ha disposto questi studi, quella stessa mano che ha acceso il genio di Marconi e di Hertz: essa stessa suscita le energie dei cari Accademici Pontifici affinché siano luce a quelli che con essi abitano nella Casa del Padre. Che non si attui perciò, per nessuno di essi, il pauroso ripetersi di quella terribile visione che, sia pur per un momento, ebbe l’Apostolo delle genti: dovere cioè ogni così alta intelligenza appassionarsi alla ricerca di tutta la verità, sicché non avvenga ad una intelligenza, da Dio creata, da Dio illuminata, di arrestarsi alla creatura, e di non assurgere al Creatore. Dovrebbe ad essa applicarsi quella grande, grave e logica pena accennata dall’Apostolo stesso con le terribili parole: ita ut sint inexcusabiles,7 come a dire che essi non potranno avere scusa di non aver conosciuto l’Artefice, il Creatore, dopo averne conosciuta l’opera, la creatura. È vero: i confini della scusabilità e della inescusabilità sono tra i più difficilmente afferrabili in queste linee dell’incognito, dell’imperscrutabile, anche per le più vaste intelligenze. Solo quel Dio che è la Verità, che è tutta la verità, che chiama tutte le creature alla verità, che dà ad esse i mezzi per conseguire la verità, solo quel Dio sicuramente vede questi limiti, anche se l’Apostolo ha parlato di inescusabilità.
Dopo queste riflessioni il Santo Padre aggiungeva di aver voluto dire anzitutto qualche cosa di utile a Se stesso, e alle anime di tutti coloro che operano l’apostolato della Fede: ma poi voleva rallegrarsi con tutti i presenti di quella grande ora, di quel gran dono che Iddio Gli aveva concesso: un’ora di luce, un’ora di verità; uno squisito dono, una delle più grandi genuine partecipazioni della sua stessa perfezione, perché Dio è la Verità. Ego sum veritas.8 In queste parole è tutto quello che l’Augusto Pontefice voleva e poteva dire per esaltare sempre più la sorte dei cari Accademici di aver ricevuto da Dio tante ricchezze, tanta luce di verità, tanto zelo per la ricerca della verità; e poiché «Deus veritas est», nella costante ricerca di questa verità è la partecipazione più intima, più sovrana, più benefica, più ampia alla quale Iddio potesse innalzare.
Con questi pensieri Sua Santità passava ad impartire a tutti i presenti la Sua benedizione con l’augurio che essa rimanesse con loro, e con le loro intenzioni, in quel momento e per sempre.

1 Das Lied von der Glocke.
2 Ab 3:11.
3 S. Agostino, De Civitate Dei, Bk. XVII, Ch. 4.
4 Mt 5:14.
5 Inni Sacri, Ognissanti, 15-36.
6 Mt 5:16.
7 Rm 1:20.
8 Gv 14:6.

Collegamenti

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Christiania, Norvegia, 14/3/1862 - Oslo, Norvegia, 7/4/1951 Titolo Professore di Meccanica e Fisica... Continua

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Bologna, 25/4/1874 – Roma, 20/7/1937 Titolo Professore di Onde Elettromagnetiche, Università... Continua