Magistero

1 giugno 1937

1june1937

Discorso del Segretario di Stato, Cardinal Eugenio Pacelli,
a nome di Sua Santità Papa Pio XI

Il Segretario di Stato (e futuro papa Pio XII), Cardinal Eugenio Pacelli, pronuncia un discorso a nome di Pio XI che è ammalato. Il cardinale descrive come il Sommo Pontefice consideri l’Accademia come un «Senato scientifico». Pio XI crede anche che la scienza e la fede, che a volte sembrano essere in contrasto, in realtà non lo sono, e che la fede, che è un atto di omaggio dell’intelligenza alla verità rivelata dal Creatore, non è mai così degna di rispetto come quando è «illuminata dagli splendori della scienza».

Eminenze Reverendissime,
Eccellenze, illustri Accademici,
Più che il vostro rincrescimento nel vedere come a questa solenne inaugurazione della Pontificia Accademia delle Scienze non sia suggello e augusto decoro la sovrana presenza del gran Pontefice Pio XI che, rinnovando l’antico Istituto dei Nuovi Lincei, ideò e compì così altamente e nobilmente questa insigne Accademia, più, dico, che il vostro rincrescimento è grande la mia meraviglia e confusione nel trovarmi in mezzo a voi a rappresentarLo, essendosi Egli degnato stamane di affidarmi così alto onore e ufficio per trasmettervi quel benvenuto e saluto paterno e apostolico, che meditava il Suo pensiero e il Suo cuore per l’eccelsa stima che ha di voi, nel Suo ardore per il progresso delle scienze, delle quali in voi apprezza così celebrati maestri, che del vedervi presenti e adunati intorno a Lui il suo spirito si sarebbe esaltato in un inno di lode e ringraziamento a Dio, datore di ogni bene. Ma l’ufficio commessomi dall’augusta Sua bontà ben so che desta negli animi vostri, inclinati ad ogni nobiltà di affetto, innanzitutto la brama, più che di conoscere, di avere una nuova conferma di quanto già è stato autorevolmente annunziato, ossia del motivo per cui non è presente in mezzo a voi la Persona di tanto venerato Padre e Fondatore dell’Accademia, nel fortunato momento della sua aspettata inaugurazione.
Il Santo Padre, come ho avuto io stesso l’onore e la gioia di constatare questa mattina nella consueta Udienza, sta bene, non meno bene di prima, ha potuto celebrare ieri stesso il S. Sacrificio; ma tutto considerato, e solo all’ultima ora, ha ritenuto più prudente, non tanto di risparmiarsi questa fatica e questa prova, quanto di privarsi del grandissimo e desideratissirno piacere che avrebbe avuto nel compierla.
La Sua lontananza è dunque una violenza che il Santo Padre ha fatto al Suo cuore e alla Sua viva brama di rispondere alla vostra non meno viva aspettazione; ma è insieme, permettete che dica così, un deferente omaggio alla scienza, a quella scienza che scruta i segreti e gli occulti limiti delle forze della natura umana, per assicurare una preziosa salute riconquistata e consolidata. È un deferente omaggio che è onore per voi e per il vostro sapere, mentre al tempo stesso è testimonio di stima ai dettami di una scienza, che Egli ha pure inteso di onorare con l’istituzione di questa Accademia, memore del precetto della Sacra Scrittura:: Honora medicum propter necessitatem, etenim illum creavit Altissimus.1 Anche della medicina è signore Iddio, Signore di tutte le scienze; ed altissimo esempio di questa fede è la sommessione di un Pontefice, che vuole onorare la parola di chi veglia sopra la preziosa vita del Padre Comune del popolo cristiano, per conservarne la salute, buona come da Dio è stata a Lui restituita, salute di un Vegliardo glorioso e franco, cui grava la fronte, insieme col peso di sedici lustri di età, l’immensa sollecitudine di tutte le Chiese. Egli non ricusa il lavoro, e al pari del lavoro non ricusa il dolore, neppure quello di non essersi potuto trovare in mezzo a voi, sacrificando a Dio una brama, il cui compimento era da lui tanto desiderato ed atteso. Era la brama di dichiarare inaugurato questo Senato scientifico, da Lui concepito e creato per il progresso della scienza e dell’investigazione umana, per l’onore della Sede Apostolica, faro di verità e di salute, per la conoscenza e la gloria di quel Dio, dalla potenza del quale furono fatte le cose tutte, e senza di cui nulla fu fatto di ciò che è stato creato in cielo, in terra e negli abissi. Appariva al Sommo Pontefice in tutta la sua fulgida luce come dal medesimo divino fonte scaturiscono e scendono all’uomo i rivi potenti delle scienze naturali e razionali e il gran fiume della sapienza rivelata, per quanto questa sgorghi da più profonda origine, inaccessibile alla ragione, ma non alla fede, e pure non meno certa e vera; mentre quelle, dovunque cerchino e incontrino la verità, da qualunque regione dell’universo creato, dai cieli, dagli oceani, dagli abissi terrestri si sprigionino e lampeggino al genio umano, apprestano e innalzano il vestibolo del tempio della fede, i gradini del Sancta Sanctorum, dietro il cui velo si occultano e palpitano i segreti della divinità. Tutta la natura è indirizzata all’uomo, e il fine del moto del cielo, afferma l’Aquinate, è rivolto all’uomo come a fine ultimo nell’ambito degli esseri generabili e mobili.2 Ma l’uomo alla sua volta è indirizzato e rivolto a quella immagine e somiglianza che segna in lui il volto di Dio, a quella gloria che cantano i cieli; a quella verità che la mano di Dio ha lasciato come vestigio delle sue dita quando creava il mondo e ogni cosa, a quella più alta verità, che sublima il genio umano oltre le stelle e permane in eterno.
Senonché ben più che le povere espressioni, con cui io volessi tentare di interpretare la mente dell’Augusto Pontefice, varranno le parole stesse di Lui, che ho l’alto onore di comunicarvi, quelle medesime parole che Egli avrebbe voluto dirvi di persona, se di persona fosse stato qui presente, come io è col pensiero e col cuore, parole che rimarranno per tutti i giorni avvenire sigillo solenne di apostolica autorità e fondamento della Pontificia Accademia delle Scienze.
Sua Santità avrebbe voluto ricordare di aver già avuto parecchie occasioni, come è facile pensare, di incontrarsi con una parola che è fra le più gravi che si contengono nei Libri divini e che proprio riguarda gli uomini di chiesa, il che può facilmente voler dire alunni e insegnanti della fede e in genere della verità: «Quia tu scientiam repulisti, ego repellam te».3 Il Santo Padre avrebbe aggiunto che in questa quasi sommità della sua vita, in questo colmo di anni che Dio ha voluto concederGli, Gli è sembrato non inopportuno e non alieno dal suo ufficio di dare anche ulteriore prova del peso che Egli dà a quelle parole divine, mostrandosi non solo affatto alieno dal respingere da Sé la scienza ma sollecito anzi di chiamarla a Sé, di averla con Sé; e perciò Sua Santità ha pensato che un ottimo modo per raggiungere questo scopo era quello di chiamare intorno a Sé le vostre degnissime persone, illustri Accademici, che per consenso, si può dire universale, tanta e così alta scienza rappresentate.
Vero è che non mancano quelli per i quali scienza e fede dicono difficoltà e contrasti poco conciliabili. Non così, non può essere così, per il Santo Padre, né per chi per poco rifletta che la scienza è la ricerca della verità come si trova nella naturale rivelazione del creato, e la fede è l’ossequio dell’intelletto creato alla verità direttamente rivelata dal Creatore. Cosicché è evidente che questo ossequio dell’intelletto creato alla rivelazione diretta del Creatore mai non sarà più degno e della creatura e del Creatore, come quando è illuminato dagli splendori della scienza.
Questa persuasione ha ispirato il Santo Padre e ha altamente consolato il Suo cuore nell’istituzione, o restituzione che voglia dirsi, di questa Accademia, alla quale voi, illustri Accademici, venite a portare il contributo davvero ambito dei vostri nomi, della vostra scienza, delle vostre opere.
Il buon Padre Gemelli ha avuto cura, tra le molte delle quali il Santo Padre gli è sempre gratissimo, di rimettere le insegne accademiche a ciascuno di voi e Sua Santità confida che non vi siano dispiaciute. L’Augusto Pontefice riservava a Se stesso il piacere di consegnar di Sua mano la così detta Medaglia annuale, che io ora vi dò per Suo preciso mandato. È, come facilmente è risaputo, ormai tradizionale costume della Santa Sede di affidare al conio speciale di Medaglia pontificia il ricordo di quello che si ritiene l’avvenimento più importante dell’annata. Il Santo Padre, da una parte, ha ritenuto che la Sua e vostra Accademia – non meno vostra si può dire che Sua – fosse precisamente l’avvenimento che meritava quest’anno una tale consacrazione. Dall’altra, voi stessi Gliene avete ispirato la composizione, impersonando, come già è stato detto, così degnamente la scienza: Gli avete richiamato più vive alla mente le grandi immagini di quei magni spiriti che veramente sembrano mandati da Dio Creatore per rivelare più ampiamente gli splendori della scienza e come quelli sui quali veramente piacque a Lui

del Creator suo spirito
più vasta orma stampar.

La Medaglia che sto per consegnarvi a nome del Santo Padre vi dice tutto e meglio che una parola qualsiasi potrebbe dire, presentandovi immagini facilmente riconoscibili, perché storiche: Volta, Michelangelo, Leonardo da Vinci. La loro rappresentanza scientifica non ha nemmeno bisogno di essere richiamata a voi che ne siete tra i più profondi conoscitori: Volta con le meraviglie dell’elettricità, Leonardo con l’universalità del suo genio scientifico, Michelangelo che è un maestro non solo in letteratura, ma anche in vera e propria scienza, con le meraviglie sue di architetto sacro e profano, civile e militare. Non voleva il Santo Padre neanche ricordare a voi queste cose. Egli riservava piuttosto a Sé e a voi la compiacenza di richiamare nel grande Volta il catechista dei bambini della sua parrocchia comense, in Michelangelo il suscitatore della cupola di San Pietro, in Leonardo il meraviglioso molteplice spirito scientifico che nel suo testamento lasciava un legato di Messe in suffragio dell’anima sua, la maniera più compendiosa, più comprensiva, più profonda di professare fin nel dettaglio tutte le verità della sua fede cattolica, dogmatica e pratica.
Dopo di che il Santo Padre sentiva di ben chiudere le Sue parole e l’espressione di tutta la Sua compiacenza e paterna riconoscenza per la presenza vostra, additandovi in quei tre grandi un triplice altissimo monito, un triplice magnifico programma, un triplice gloriosissimo esempio.
Tale è, o illustri Accademici, l’Augusto Messaggio. Lasciate pertanto che io aduni come in un serto da offrirsi al grande Pontefice tutta la gloria dei vostri sudori e dei vostri meriti, e li presenti con voi al cuore di Lui, perché trovi in essi col profumo di ogni Sua più lieta speranza il balsamo della mancata Sua presenza, che si impersona nello spirito e nel volere Suo, che dà oggi vita perenne a questa Pontificia Accademia.
E con questo in nome del Santo Padre la dichiaro inaugurata e dichiaro aperto il primo anno accademico.

1 Eccl 38:1.
2 Contra Gentiles, l. III, Ch. 22.
3 Os 4:6.

Collegamenti

Seduta inaugurale e prima Tornata, I anno accademico

1 June 1937 Acta 1 Vatican City, 1937 pp. XXI-106 ... Continua