Magistero

18 dicembre 1938

18december1938

«Il complesso oggetto della scienza è la realtà dell’universo creato che riflette la perfezione del Dio Uno e Trino»
Discorso alla solenne udienza concessa per la Sessione plenaria dell’Accademia

Nel suo ultimo discorso alla Pontificia Accademia, Pio XI si sofferma a lungo sulla natura e lo scopo della scienza. Osserva che l’oggetto della scienza è la «realtà dell’universo creato» e che gli scienziati con le loro ricerche raggiungono «altezze incomparabili». Descrive la gioia che aveva sperimentato contemplando la natura dalle cime delle montagne (era stato un alpinista) e nota come gli scienziati nei loro lavori condividano una «delizia spirituale» analoga.

Nell’accogliere ed approvare la relazione del Rev.mo Padre Gemelli il Santo Padre diceva che ben volentieri avrebbe dato tutto quello che Gli veniva chiesto: ma, subito, senza voler intralciare il succedersi delle cose, teneva ad esprimere la Sua viva riconoscenza per essere stato chiamato a partecipare ad una così bella adunanza: e si affrettava a ripetere le più cordiali congratulazioni al Dott. Heymans, il vincitore dell’attuale premio, dopo avergli già manifestato il Suo compiacimento rimettendo a lui il premio stesso. Desiderava poi Sua Santità rilevare quanto Egli fosse sensibile alla filiale attenzione nel decidere di favorire col prossimo premio, quegli studi astronomici ai quali Egli ha dedicato e sta dedicando delle cure tutte speciali; anche perché «coeli enarrant gloriam Dei». Pare, infatti, veramente che tra le scienze l’astronomia sia non l’ultima a meritare tutte le attenzioni del Papa, e proprio nell’interesse – se si può adoperare questa espressione corrente – della gloria di Dio. Infine il Santo Padre voleva aggiungere a quanto era stato già detto una nota non toccata dal Suo caro Padre Gemelli: e cioè il grande contributo che questi ha dato e dà agli studi di biologia: un contributo fatto di studi e di fatiche degne di ogni rilievo, anche per i sensibili successi da lui ottenuti in tale campo di studi.
Quindi gli Accademici Giordani e Toniolo commemoravano i defunti Accademici Nicola Parravano e Filippo De Filippi, mettendo in rilievo il grande contributo che i compianti professori avevano dato alla scienza e i loro meriti insigni.
Il Santo Padre teneva a porre in rilievo le belle, alte commemorazioni fatte, le quali per Lui, sia per il presente come per l’ormai lontano passato, rappresentano un valore speciale, e lo rappresentano poi in questo scorcio della Sua vecchia vita, giacché segnatamente l’opera del grande scomparso amico della montagna e della scienza, Gli ricorda come realmente la montagna debba essere vista con tale occhio e visione così come il De Filippi la vedeva; e cioè come grande opera del creato, del Creatore, come una delle grandi rivelazioni del creato e della sapienza del Creatore. Proprio in tal modo l’Augusto Pontefice voleva ricordare quella grande e bella figura, rievocandone altresì quegli scritti che formarono anche per il Papa dei veri godimenti spirituali e furono anche, in qualche parte, scuola non inutile di quell’alpinismo che non volle essere solamente un alpinismo di scavezzacolli, bensì uno studio speciale in così speciale opera della mano divina. Rinnovava pertanto Sua Santità le Sue felicitazioni per quanto era stato detto, ripetendole sia al Prof. Giordani nel quale il compianto Prof. Parravano aveva trovato un commemoratore amorevole ed illustre, sia a chi era andato a Lui col grande e venerato nome del proprio padre: Giuseppe Toniolo.
Espresso in tal modo il Suo augusto compiacimento, il Santo Padre si degnava di rivolgere a tutta l’eletta adunanza la Sua fervida parola di altissimo magistero e di augurio. Egli infatti si proponeva non soltanto di dire agli intervenuti una parola di benedizione, ma anche di esprimere un affettuoso saluto, quale era da attendersi dal Padre, che aveva intorno a Sé così grandi ed eletti Suoi figli, non solo in quegli onori del Sacro Collegio, nella delegazione di Em.mi Cardinali, ma anche in tutti gli altri che, per diversi titoli, ma, per la maggior parte, per un titolo a Lui particolarmente caro e pregevole, erano tanto raccomandati: il titolo della scienza, la quale tanto deve ai loro lavori, ed a cui – non esitava a dirlo – essi pure tanto debbono, non fosse che per quelle gioie, pure, degne, veramente elevate, che solo la scienza, cioè lo studio della verità, può dare. E appunto questo pensiero aveva indotto Sua Santità a rivolgere una speciale parola a cultori di scienza, a scienziati di quella forza e distinzione.
Siamo in un’epoca, proseguiva il Santo Padre, nella quale è difficile sottrarsi all’influsso del tempo e – «dies mali sunt»1 – – non quindi tanto propizi alle serene cose. Si doveva però essere tutti grati alla grande Madre e Maestra, la Chiesa, la quale suggeriva e presentava alcunché di particolare per quella adunanza, fatta, si direbbe, per rischiarare e soavizzare il nostro orizzonte spirituale; e l’aveva anzi quasi preparata, per felice combinazione di tempo e di luogo: e noi sappiamo chi è che prepara queste coincidenze. Si doveva essere grati alla Chiesa che la riunione avvenisse alla fine quasi del sacro Avvento, il che vuol dire alla vigilia del Santo Natale: la grande e cara solennità, per tutti fonte di dolcezza, di gaudio, di insegnamento. Lo è anche per gli scienziati. Il Santo Natale che si sta per celebrare è anzi la loro grande festività; è la particolare solennità dei cultori della scienza; ha ragione di esserlo e come tale il Santo Padre desiderava raccomandarla perché aveva intorno a Sé appunto degli illustri dotti.
Che cosa è infatti questa scienza, quale l’oggetto di questa scienza a cui essi si dedicano con tanto loro successo? L’oggetto complessivo della scienza, di tutte le scienze, è la realtà del creato, dell’universo: sia che si tratti della profondità del cielo, degli abissi del mare, delle gigantesche montagne; sia che si tratti dei pulviscoli invisibili, e degli organismi più minuscoli ed impalpabili, siamo sempre nell’ambito del creato, nell’ambito dell’universo. Ora il Natale di Gesù Cristo, così come lo ricorda con continuo rito ed affetto la Chiesa, è il Natale del Verbo divino fattosi uomo e apparso tra noi: «Verbum caro factum est, et habitavit in nobis».2 Allora, dunque, ecco come quei dilettissimi figli venivano a trovarsi in faccia al Creatore di quello che è l’oggetto dei loro studi e delle loro scienze: è Lui che ha preparato a tutti ed a ciascuno di essi l’oggetto dei loro studi, in tutte le svariate e minuziose caratteristiche dei vari rami, delle diverse discipline. Di qua può scorgersi quanto opportunamente la Chiesa richiami, in questo tempo in modo particolare, così del resto come vi richiama ogni giorno nella Sacra Liturgia in tutto il mondo, la fondamentale e grandiosa verità; questa grande verità che ritorna in tutta la sua immensa ricchezza in occasione del grande mistero natalizio. Il Natale infatti è proprio il Natale del Verbo Incarnato: il Verbo Divino, di cui l’Apostolo Evangelista, quello che così bene fu visto da Dante e «diretro da tutti un vecchio solo venir, dormendo, con la faccia arguta», ha parlato tanto efficacemente; poiché veramente mai occhio umano vide così lontano, pur chiuso alla luce naturale, ma aperto come era alla luce soprannaturale e divina. L’Apostolo Giovanni ha scritto le stupende parole: «In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. In ipso vita erat».3 Sicuramente giammai mente umana si levò tanto in alto col pensiero; mai parola umana espresse dei concetti tanto eccelsi, perché, veramente, dinanzi a tale espressione, pare, per così dire, che il più vasto lembo possibile venga sollevato sul mistero della divinità, sul mistero dell’essenza stessa intima della divinità.
«In principio erat Verbum»: parola che esprime subito il pensiero – e che sarebbe la parola senza pensiero? e noi distinguiamo il verbo mentale, il verbo orale, il verbo verbale – «in principio erat Verbum». Il Verbo era nel seno della divinità, era Egli stesso la divinità, godeva tutta la divinità. La divinità, direbbe il nostro piccolo e povero modo di parlare, la divinità pensante, la divinità pensata. Il Verbo che dice a Dio la sua essenza, il suo essere. «In ipso vita erat»: ed ecco la processione della vita, del pensiero, dell’affetto; ecco lo Spirito Santo: quello Spirito nel quale, per il quale Iddio, come disse il nostro grande Poeta, «si ama e arride»: O luce eterna che sola in te sidi – sola t’intendi, e da te intelletta – e intendente, te ami e arridi!4
Iddio conceda a tutti noi di veder qualche cosa di così sublimi splendori: «O luce eterna che sola in te sidi!». Il mistero scompare forse davanti a questa inondazione di luce? No, il mistero resta: ma quanta bellezza di cose e quante cose vanno al loro posto, quante nozioni errate vengono confutate: quella di coloro, ad esempio, i quali hanno detto aver avuto Iddio bisogno di creare il mondo per togliersi dalla tremenda solitudine della sua eternità. Si tratta invece di una bellissima eternità: il Padre, il Verbo, e lo Spirito Santo: una divina infinità di vita in una triplice infinità di realtà, di personalità.
Poteva ciò sembrare una digressione: si era invece nel pieno del tema inizialmente proposto: ed il Santo Padre si compiaceva di spiegarlo con amabile accento. «Et Deus erat Verbum»: proseguiva «omnia per ipsum facta sunt».5 Tutto questo universo è stato fatto da Lui, per Lui: dunque tutto è stato fatto per questo Verbo, espressione di una parola e parola mentale, di un pensiero, quale giammai è stato pensato cotanto luminoso, profondo, estensivo. E un pensiero divino: è Dio che pensa Se stesso: O luce eterna che sola in te sidi – sola t’intendi, e da te intelletta – e intendente, te ami e arridi!
Tutto è fatto per il Verbo, per il grande Operaio dell’universo: nulla può aggiungersi in bellezza e potenza a questa espressione, ma nessuna meraviglia che la stessa divina parola, spiegando l’immensa bellezza di tale opera, dica altrove di Dio: «Omnia fecit in pondere, numero et mensura».6 Parrebbe di entrare in un immenso laboratorio di chimica, di fisica e di astronomia: e ben pochi possono ammirare tutta la profonda bellezza di queste parole come coloro che fanno professione di scienza. «In pondere»: voi che pesate le stelle – spiegava Sua Santità – e fate calcoli sul peso specifico dei corpi e perfino sugli atomi; «in numero», voi che numerate le piccolezze microscopiche e contate gli anni di luce; «in mensura», voi che come pesate le stelle, così misurate le distanze astronomiche, le distanze oceaniche. Nessuno più di voi dunque meglio comprende l’esattezza di quelle parole: che tutto è fatto da Dio in pondere, numero et mensura.
Poiché adunque l’origine del mondo è questo Verbo divino, e per Lui ogni cosa è stata fatta: «per quem omnia facta sunt», il riflettere su tale sublime verità non è forse degno di tutta la particolarissima, non solo attenzione, ma vera, propria devozione dei cultori della scienza? Non soltanto qui è infatti la pietà comune di ciascun cristiano: no. Basta essere scienziati, coloro cioè che vedono oltre la materiale scorza delle cose, basta questo per elevarsi ad altezze incomparabili, ed accostarsi a tanta magnificenza.
«Omnia per ipsum facta sunt… in ipso vita erat». Ecco qualche cosa che l’Augusto Pontefice aveva ritenuto essere per quei cari figli non superfluo ascoltare: e l’aveva ricordata, pur senza aspirare all’inedito, ritenendo così di rispondere in qualche modo alle gradite cose da loro espresse, e che fosse accetto ed adeguato alle loro intelligenze e trovasse il proprio posto nelle loro quotidiane occupazioni di studio, nelle quali «l’universo si squaderna», accennando a questo Verbo «per quem omnia facta sunt».
Aveva poi ricordato anche l’altra parola della Sacra Scrittura che concerne l’opera del Verbo di Dio per tutto ciò che è stato creato: tutto è stato fatto in «pondere, numero et mensura»..
Tutto il mondo creato si fa, nelle mani di Dio, in peso, numero e misura. Tutto si riduce a questo, tanto per i massimi come per i minimi: ma, inoltre, la Sacra Scrittura ha anche avuto cura di descriverci tutto ciò nel modo più consolante e più delizioso. Nel libro della Sapienza si parla ancora del Verbo di Dio che prende il nome stesso della Sapienza divina e che ci viene descritto quale Verbum mentis, Verbo pensato, immedesimato nell’opera stessa onnipotente della Creazione, di cui la Sapienza stessa si compiace di esaltare le impareggiabili armonie.
È una pagina deliziosa.
«Ab aeterno ordinata sum»: da tutta l’eternità sono stata costituita: ecco il primo riscontro con l’esperienza di Giovanni: «In principio erat Verbum». E quindi: «Nondum erant abyssi, et ego iam concepta eram»: io ero generata e gli abissi non esistevano. La Divinità pensava se stessa e la Divina Sapienza era intelletta e generata. Necdum fontes aquarum eruperant: e le fonti delle acque non scaturivano ancora; «necdum montes gravi mole constiterant»: né i monti ancora sorgevano con la loro grave mole; «adhuc terram non fecerat, et flumina, et cardines orbis terrae»: non aveva ancora fatto la terra, né i fiumi, né i cardini del mondo: prima di tutti e di tutto io esistevo.
Dopo queste promesse, prosegue il Libro Santo con movenza che è insieme portentosa descrizione e mirabile poesia. Quando la mano di Dio preparava tutto il creato, io, Sapienza sua, ero presente. «Quando praeparabat coelos aderam: quando certa lege, et gyro vallabat abyssos»: quando disponeva i cieli io era presente, quando accerchiava gli abissi nel giro regolare dei loro confini; «quando aethera firmabat sursum, et librabat fontes aquarum»: quando fissava le atmosfere di sopra e sospendeva le fonti delle acque; «quando circumdabat mari terminum suum, et legem ponebat aquis, ne transirent fines suos; quando appendebat fundamenta terrae»7 quando segnava in giro al mare il suo confine e poneva un limite alle acque, affinché non oltrepassassero le sponde; quando gettava i fondamenti della terra; «cum eo eram cuncta componens»: con Lui ero disponendo tutte le cose.
A ciò sicuramente pensava il Poeta allorché, paragonando la terra a una nave, sicura delle sue ancore, esclamava: dei cieli – nei lucidi porti – la terra si celi attenda sull’ancora – il cenno divino – per novo cammino.8
Ecco quanto il Libro Santo ci dice in rapporto a questa divina Sapienza increata del Verbo «per quem omnia facta sunt»: come non accostarsi a tale pagina ispirata senza un profondo sentimento di ammirazione, di adorazione? E qui, si noti, non si accenna che all’universo visibile: v’è inoltre l’universo soprannaturale, che non si vede, ma che esiste con tutte le sue sublimi realtà: tuttavia già alla semplice considerazione del primo, si è portati spontaneamente a celebrare, in questa voce alterna di morte e di vita, le glorie del Suo Autore e Creatore per giungere a quella meta radiosa così giustamente accennata dallo stesso Poeta: Veggenti e non veggenti – unica notte involve; e d’altri fermenti – esce l’alba, che solve – del creato il mistero – e ci posa nel vero.
Verità consolantissima – spiegava il Santo Padre – e che fa sgorgare nel nostro animo un inno alla Divina Sapienza, al Verbo Divino, per queste intime relazioni dell’essere divino con l’opera divina. «In principio erat Verbum... et Deus erat Verbum: … omnia per ipsum facta sunt: … in ipso vita erat». Quanta luce nel porre mente a siffatti concetti, quanti splendori che, dal creato, fanno assurgere l’anima a più alti, vasti, incommensurabili firmamenti!
Del resto il Santo Padre stesso, rievocando qualche episodio della Sua giovinezza, si compiaceva di ricordare, Egli vecchio sacerdote e vecchio alpinista, che proprio sulle più alte vette dei monti da Lui raggiunte, Egli ha compreso appieno il senso di taluni testi della Sacra Scrittura. E precisamente allorché una volta si trovava a 4.630 metri, in mezzo ad altre cime di quasi consimile altezza, che Gli apparve in tutto il suo fulgore l’immagine ispirata del profeta Abacuc: giacché quelle grandi altezze parevano alzare, siccome giganti, le braccia al cielo per sembrare ancor più grandi, ancora più alte: «Dedit abyssus vocem suam: altitudo manus suas levavit».9 Mai il Santo Padre aveva visto avverarsi quanto dice il Profeta, e in un modo così reale: altezze tra le più grandi altezze, che si slanciano come mosse da vita, quasi con impeto sempre rinnovantesi, verso nuove più ardite sommità, verso gli abissi dei cieli.
A queste elevate considerazioni l’Augusto Pontefice si compiaceva di accennare, pensando come i dilettissimi figli che Gli erano presenti avrebbero condiviso con Lui la grande delizia spirituale che ne scaturiva, augurando a tutti e singoli che alle loro vita interiore e di studio il Signore faccia godere qualche raggio abbondante di quella luce intellettual piena d’amore; – amor di vero ben, pien di letizia; – letizia che trascende ogni dolzore.10 È vero – riprendeva il Santo Padre – che qui si parla di luce e di amore soprannaturale, ma è anche vero che ad essa si arriva pur soffermandosi al meraviglioso concetto dell’universo visibile. Ce ne dà invito proprio la Chiesa santa, maestra di fede e di verità; ma è appunto con quella fede, con quella verità che ci si può avvicinare all’infinita luce di Dio: O luce eterna, che sola in te sidi – sola t’intendi, e da te intelletta – ed intendente, te ami e arridi!
Con questi pensieri Sua Santità rinnovava ai convenuti l’augurio di un Santo Natale, cosi come essi lo possono gustare e come lo meritano; congiunto a tutti gli altri paterni voti che Egli voleva ridire per tutti e ciascuno, alla presenza ineffabile del grande Mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, auspicando che da esso si sprigioni e diffonda intensa e benefica luce in tutte le direzioni dai presenti desiderate, e con molteplici doni di bene per tutti e tutto quello che essi portavano, in quel momento, nel pensiero e nel cuore.

1 S. Agostino, Sermo 84.
2 Gv 1:14.
Ibid. 1:1.
Paradiso, Canto XXXIII, 124-126.
5 Gv 1:3.
6 Sap 11:20. Cf. S. Agostino, Sermo 8 Conf., L. XIII.
7 Pr 8:24-29.
8 Giacomo Zanella, Sopra una conchiglia fossile
9 Ab 3:11.
10 Paradiso, Canto XXX, 39-42.

Collegamenti

Tornata inaugurale e 3 Tornate Ordinarie, III anno accademico

18 December 1938 and 21 January, 27 May 1939 Acta 3 Vatican City, 1939 pp. CXXVII-71 ... Continua