Magistero

12 gennaio 1936

«L’Accademia è il Senato scientifico della Chiesa»
Discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico della Pontificia Accademia delle Scienze «Nuovi Lincei»

Il Sommo Pontefice dichiara che l’Accademia è il suo «Senato scientifico» e la indica come un mezzo per diffondere la verità naturale che la fede cerca e promuove. Parla di un magistero della scienza che affianca il magistero della fede. Riferendosi alla difficile situazione internazionale e alle minacce portate alla causa della pace, osserva che la pace è necessaria alla scienza così come la scienza è necessaria alla verità: la verità è ciò che libera l’uomo da «ogni male».

Il Santo Padre si diceva particolarmente, doppiamente grato e lieto di essere con quei Suoi dilettissimi figli della Pontificia Accademia delle Scienze. Doppiamente lieto, diceva, perché inaugurava non soltanto il nuovo anno accademico, ma anche, per così dire, il nuovo Presidente, il Padre Gemelli, il quale aveva, tra l’altro, così opportunamente ricordato le benemerenze interinali ma reali di Mons. Morano. Lieto e grato, sempre, di essere tra i componenti la Sua Accademia per delle ragioni molto alte e molto profonde; bastava dire che, mentre per arcana divina disposizione, è presso di Lui il Magistero della Fede, presso quei dilettissimi figli poteva scorgersi, in certo qual modo, il magistero della scienza.
Per questo titolo Sua Santità era anche lietissimo di vedere, in un’ora, in un’occasione particolarmente solenne, così largamente e degnamente rappresentato il Suo Sacro Collegio, il Sacro Collegio Cardinalizio, il quale – è stato detto molto bene – è il Suo Senato Gerarchico: poteva anche dire perciò e soggiungere che l’Accademia delle Scienze è il Suo Senato scientifico: e più d’uno aveva facilmente indovinato tra le intenzioni del Sommo Pontefice, – accanto alle intenzioni e preoccupazioni della scienza e dei servigi che essa può rendere e rende alla Fede e alla Verità – bene aveva indovinato che il Papa vuole pur mettere alla portata del Suo magistero, del magistero cioè della Fede, anche uno strumento così particolarmente eletto ed efficace, per tutta quella propagazione di verità naturali che la Fede non solo non esclude, ma anzi dichiaratamente suppone, esige e domanda.
Il Santo Padre aveva accennato al nuovo Presidente: ciò facendo, anche Egli, come lui, almeno implicitamente, aveva ricordato il predecessore, il perduto presidente, il caro Padre Gianfranceschi, così favorevolmente, così onoratamente e giustamente noto ed apprezzato non soltanto da tutti gli accademici, ma da tutto il mondo che studia e che sa che cosa sia lo studio severo e severamente appropriato. Né era soltanto la memoria onorata e cara di Padre Gianfranceschi che Sua Santità voleva evocare; Egli credeva altresì venuto il momento di raccogliere attivamente e fattivamente quello che, per l’Accademia, l’ottimo religioso ha lasciato: cioè la sua eredità intellettuale; anzi, a meglio dire, la sua eredità accademica, perché riguarda, in questo caso, la Pontificia Accademia delle Scienze.
Molte volte in vita sua il caro Padre parlava al Papa delle Sue ambizioni, quasi paterne, verso l’amata Accademia; spiegando come egli l’avrebbe voluta e come egli l’aveva saputa venir facendo e plasmando secondo quegli ideali di scienza, di cultura scientifica, che animavano tutto lo spirito suo. E assai spesso Gli manifestò e lasciò anche annotato in alcuni scritti – i quali, oggi, sono quasi voci dell’aldilà – i suoi pensieri, facendo chiaramente intendere le sue aspirazioni che andavano per vasta scala, a cominciare dalla più ampia e un poco più agiata dimora dell’Accademia. Bella, deliziosa, come aveva detto il diletto Padre Gemelli, la Casina di Pio IV, ma veramente un poco angusta; sicché s’era giunti proprio al caso di dire: «Dilatentur spatia» se non «caritatis», almeno «veritatis».
Sua Santità aveva raccolto subito quel desiderio che era anche il Suo. Forse anzi i desideri del caro religioso rampollavano dai desideri del Papa; e l’aula attuale per le adunanze, l’aula per tanto alti convegni, senza dubbio può ritenersi come il compimento del primo pensiero e desiderio del Padre Gianfranceschi, che, pur nelle proporzioni che l’angustia tiranna dello spazio consentiva, era stato in quella maniera appagato.
Ma i desideri del Padre Gianfranceschi andavano anche più in là: e quando egli con tutta la sua delicata pietà filiale onorava, allietava e consolava il Papa, non lasciava di insinuare che sarebbe stato grande, bella e proficua cosa una qualche maggiore, per dir così, spaziosità di bilancio, accanto alla maggior spaziosità della sede. E il Santo Padre lo aveva accontentato; aveva pensato a qualche cosa che ponesse le condizioni finanziarie dell’Accademia, se non nella meritata ricchezza, almeno in minore angustia, sì da consentirle qualche maggiore abbondanza nel campo dell’attività scientifica e soprattutto in quell’attività così preziosa che consiste nello stimolare l’attività altrui.
Ma non era finito. Il Padre Gianfranceschi studiava con particolare cura e con tutta la delicatezza che l’argomento richiedeva, un nuovo e più utile riassetto del personale scientifico, degli operai di questa grande opera della scienza. Sua Santità si era compiaciuto di raccogliere tutto questo pensiero e, come aveva già cercato di soddisfare ai primi desideri del caro estinto, cosi era venuto anche, – tenuto s’intende consiglio e consulta col nuovo Presidente, – all’altro e più importante particolare, a questo riassetto del personale scientifico, della struttura scientifica dell’Accademia. L’Augusto Pontefice era lieto di dire che, con l’aiuto della Divina Provvidenza e di buone volontà, Gli sembrava di essere nel buon cammino verso questo riassetto non lontano, definitivo, completo della Sua cara Accademia. Certo sarà questo – come già Gli aveva detto – il compito del nuovo Presidente, con quei mezzi ed aiuti che le sue qualità mettono a Sua disposizione; ma anche il Papa si pone a sua disposizione per un così benefico, importante riordinamento, per dare l’ultima mano al rinnovamento dell’amata Accademia. Senza dubbio vi saranno delle difficoltà, ma non c’è difficoltà che buona volontà non possa vincere. Evidentemente toccherà a lui, al Presidente, di regolare interinalmente, come è meglio possibile, l’attuale periodo di transizione dell’Accademia, fino a quando tutto sia apprestato, finito e pronto perché sia dato al Sommo Pontefice anche di utilmente documentare quello che sarà fatto. Probabilmente perciò toccherà al Presidente, non di indire in via ordinaria la prossima tornata di febbraio, ma di convocare nuovamente, al momento opportuno, a domicilio, gli Accademici pontifici per il nuovo convegno.
Tutto ciò ben diceva a quei dilettissimi figli come il pensiero della Accademia non sia nello spirito del Padre soltanto quando Egli ha la gioia vera di essere con loro, in quella sede; ma come tale pensiero Lo segua e Lo accompagni e bene spesso Lo occupi direttamente. Ciò diceva, inoltre, abbastanza, come Egli ritenga di essere perfettamente giustificato in queste Sue sollecitudini per l’Accademia stessa, quando ripete che essa può chiamarsi il magistero della scienza accanto al magistero della Fede; il Senato della scienza accanto al Senato Gerarchico.
Sembrava poi all’Augusto Pontefice che non ci si potesse adunare in quel così sereno ambiente, per cose tanto serene, per dei veri godimenti dello spirito che la scienza procura, senza pensare alle così folte, nere, minacciose nubi che ingombrano l’orizzonte: gli orizzonti nazionali e l’orizzonte internazionale nel più vasto senso della parola. Quei dilettissimi figli già pensavano quello che il Padre, il Papa sente; sembra a Lui davvero che questo Suo occuparsi così tranquillamente, così giocondamente di quello che in quell’aula tutti i convenuti aveva riuniti, ben dimostrava – e non per modo di dire – come, nonostante tutte le fosche nubi dell’atmosfera e nonostante le minacce che incombono da tutte le parti, Egli, nel Suo spirito, serbi veramente una regione calma ove non arrivano questi tumulti di minacce esterne; e ciò conferma che come già aveva avuto modo di dire più di una volta – Egli sempre conservi la speranza, un poco ottimistica, ma non ciecamente, non ingiustificatamente ottimistica, che da qualche parte di questo cielo fosco e minaccioso possa pur ricomparire la luce e nascere e innalzarsi l’arcobaleno della pace, di quella pace, anzi di quell’abbondanza di pace – come dice così bene la divina parola – basata nella giustizia e nella verità, quella verità per la quale si svolgeva quell’adunanza e per la quale tutti dobbiamo vivere ed operare.
Questa pace, questo bisogno di rappacificazione nazionale ed internazionale – è ovvio – sono necessari anche alla causa dei buoni studi, alla causa della scienza, per tornare ad essa. È la scienza che vuol servire sempre la verità e la verità è fonte di ogni bene; la verità Ci libererà da ogni male: «veritas liberabit vos»1: e Dio è verità. E proprio in questo nome Iddio aveva là chiamati, adunati tutti i convenuti; è in quel nome che avrebbe sempre concesso ad essi ogni vera gioia dello spirito: è in quel nome che il Santo Padre voleva benedire i presenti, i loro studi e tutte le persone e cose care di ciascuno.
Tale benedizione voleva andare dunque a tutti gli appartenenti alla grande e veramente cospicua famiglia di studiosi, dai più elevati in essa ai più umili cultori della scienza; quella scienza, la quale esprime una delle più belle armonie, una delle più grandiose magnificenze che si possano immaginare: non essendovene altre che possano gareggiare e concorrere con essa se non quelle della bontà e della carità.

1 Gv 8:32