Magistero

15 aprile 1972

Discorso per la Sessione plenaria e la Settimana di studio su
«L’impiego dei fertilizzanti per l’incremento dei raccolti in rapporto alla qualità e all’economia»

Il Papa conferma la nobiltà dell’impresa scientifica e apprezza i positivi risultati del progresso tecnologico, che dovrebbe essere conforme alla sapienza. Lo studio della natura rivela la sapienza del suo Creatore. Può inoltre offrire soluzioni a grandi problemi, come quello della fame nel mondo, un tema di notevole importanza per la Chiesa. Molti miglioramenti sono stati compiuti in questo campo grazie all’applicazione della scienza all’agricoltura. Concludendo, Paolo VI sostiene che quello che era iniziato come un discorso sulla scienza «si conclude in un discorso sull’uomo, sul suo valore spirituale e morale, condizione di vero progresso per la persona come per la società: questa è la vera giustificazione del profondo interesse che la Chiesa rivolge al lavoro scientifico».

Signor Presidente e Signori Accademici, Signori Cardinali, Signori Ambasciatori, e voi tutti, che avete voluto onorarci con la vostra presenza.
Le nobili parole che abbiamo ascoltato hanno fatto scorrere sotto i nostri occhi, in un riassunto sorprendente, le fasi del fecondo lavoro dell’Accademia Pontificia delle Scienze in questi ultimi anni: sarebbero sufficienti, esse sole, a mostrare la vitalità di questa Istituzione. La consegna della medaglia d’oro Pio XI al Prof. Giorgio Némethy è anch’essa un segno di vitalità. È divenuta, come sapete, una tradizione riconoscere in tal modo i meriti, nel suo campo specifico, di uno studioso di classe internazionale. Il prof. Némethy figlio della nobile nazione ungherese, è attualmente titolare di una cattedra alla Rockfeller University. Egli è, voi lo sapete meglio di noi, uno specialista della chimica fisica dei liquidi e delle soluzioni, e siamo felici di conferirgli questo segno di stima e di incoraggiamento di fronte a un uditorio qualificato come il vostro.

Un omaggio alla scienza
La vostra presenza qui, Signori, come la nostra, vuol essere un omaggio alla scienza; e l’immensità degli orizzonti che questa sola parola evoca agli occhi dello spirito suscita riflessioni quasi infinite.
Quando nel 1936 il nostro grande predecessore Pio XI istituì l’Accademia Pontificia delle Scienze, indicò in questi termini il compito che le affidava: «Il nostro voto e la nostra speranza è che, attraverso questa istituzione, gli ‘Accademici Pontifici’ contribuiscano sempre più e sempre meglio al progresso delle scienze. Noi non chiediamo loro altro: questo nobile progetto, questo brillante lavoro, questo è il servizio che noi attendiamo da uomini affascinati dalla verità».1
In effetti, la disinteressata ricerca del vero, l’indagine senza sosta dei segreti dell’universo sono tra i valori più elevati, gli ideali più affascinanti ai quali un uomo possa consacrare la sua vita. «Intellectum valde ama», diceva sant’Agostino; e il geologo Pierre Termier (1859-1930), il secolo scorso, dedicava un’opera, che forse conoscete, a «La gioia di conoscere». Le gioie dello scienziato vi sono familiari, Signori: trovare improvvisamente la soluzione di problemi studiati a lungo; dopo prolungati sforzi spesso dolorosi, talvolta infruttuosi, fare un passo avanti nel penetrare i segreti della natura; sulla base dei risultati di ricerche sempre più specializzate, costruire tutt’a un tratto una sintesi magnifica, colta talvolta in una luce che riunisce in una teoria luminosa una serie di verità parziali, apparentemente disparate, ed esclamare: «Ho trovato!»: voi avete conosciuto di questi esaltanti momenti.
Gioia dell’intelligenza, ricompensata del suo lavoro; gioia estetica, in presenza di un bel risultato; elevazione morale, per la valorizzazione dello sforzo: attraverso tutto ciò lo scienziato si eleva al di sopra di se stesso. Ed anche serve all’umanità. Man mano che le generazioni si succedono, nuove ricerche prolungano le scoperte precedenti; le civiltà si costruiscono; i progressi si allargano. Si può parlare con ragione dell’accelerazione della storia. Essa è dovuta, certamente, agli arricchimenti della tecnica. Ma questi non sarebbero stati possibili, o sarebbero rimasti ambivalenti, se lo scienziato disinteressato non avesse prima preceduto, quindi accompagnato il tecnico.
Il vero scienziato va ancora più lontano. Egli sa che ogni civilizzazione presuppone una saggezza. «L’avvenire del mondo sarebbe in pericolo, afferma il Concilio Vaticano secondo, se la nostra epoca non sapesse darsi dei saggi». Ed aggiunge: «Numerosi paesi, poveri di beni materiali, ma ricchi di saggezza, potranno aiutare potentemente gli altri su questo punto».2
Questa saggezza non si oppone alla cultura dello spirito: esse si condizionano e si integrano reciprocamente. Poiché la scienza non è orgoglio: essa vi conduce solo se la si devia dal suo obiettivo. Essa è una lezione di umiltà: non si conquista la natura che obbedendole. La si incontra dapprima come un ostacolo da superare, una oscurità che bisogna dissipare. Essa si oppone ai nostri sogni e alle nostre fantasticherie. Ma man mano che ci sottomettiamo alle sue esigenze, scopriamo le sue leggi. E possiamo poco a poco utilizzarle, discernere i mezzi per porle al servizio dell’uomo. Così il saggio accompagna lo scienziato; la natura, dapprima ostile, ma migliorata e trasformata dal lavoro, diviene un’alleata e un’amica.

Il mistero della natura
Questo incontro dello scienziato con la natura lo mette su una nuova strada. Una scoperta chiama un’altra scoperta, che a sua volta ne chiama un’altra ancora, ma lo spirito non è mai completamente soddisfatto. Si tratta forse di un cammino infinito verso un obiettivo irraggiungibile? Ma sarebbe l’abdicazione dell’intelligenza! La natura, progressivamente rivelata, rivela un mistero più grande di lei. E così lo scienziato viene invitato a divenire filosofo. Sia all’origine che alla fine degli enigmi che egli incontra sulla sua strada e che contribuisce a risolvere, egli è portato a riconoscere, o almeno a presentire, la presenza di una Sapienza di un altro ordine, illimitata, trascendente gli spazi e i tempi, che spiega la presenza di queste leggi, dapprima resistenti, poi dominate e utilizzate.
La particella di luce che è l’intelligenza umana, inegualmente distribuita ma presente in ciascuno di noi, appare allora allo scienziato come una partecipazione a questa luce assoluta e senza tenebre. Ogni nostro progresso, ognuna delle nostre sintesi, ci rivela qualcosa del piano che presiede l’ordine universale degli esseri, lo sforzo teso in avanti dell’uomo e dell’umanità. Eccoci «alla ricerca di un nuovo umanesimo, che permette all’uomo moderno di ritrovare se stesso, assumendo i superiori valori di amore, di amicizia, di preghiera e di contemplazione».3
Il compito dello scienziato è ben arduo, se ambisce a vincere la natura obbedendole, progredire dominandola. Ma questo esige altre specifiche virtù, che vi sono familiari: lo sforzo ostinato, malgrado gli apparenti o provvisori insuccessi, la pazienza nonostante la lentezza dei risultati, l’immaginazione creatrice tesa a scoprire nuove vie, la passione della ricerca, con la volontà di successo. Poi, voi lo sapete, è questa unione tra profonda riflessione, interrogazione su se stesso, sulla umanità e sull’universo che, unendo in simbiosi lo scienziato e il filosofo, fa il saggio.

La settimana di studio della Pontificia Accademia delle Scienze
Man mano che progredisce, la scienza è divenuta più complessa e più specializzata. Lo spirito più geniale non potrebbe, da solo, dominarla, neppure nel campo che gli è proprio. Uno studio, qualunque esso sia, suppone una problematica, dei postulati iniziali, una linea di ricerca e una sua logica. Tutto questo può differire, non solo in ragione delle scoperte precedenti e dei risultati raggiunti da ciascuno, ma secondo l’angolo visuale che egli ha scelto. Lavorando allo stesso problema, singoli scienziati possono giungere a conclusioni opposte. La collaborazione, il confronto, esigono allora che tra loro vi siano contatti personali e sufficientemente prolungati, se non con la speranza di risolvere immediatamente le controversie almeno con la certezza di comprendere meglio le divergenze e di trarne profitto: il progresso della scienza ne risulterà più rapido.
È per questa ragione che siete qui. Quasi sin dalla sua fondazione, l’Accademia Pontificia delle Scienze ha progettato delle Settimane di studio. Essa ha invitato alcuni illustri scienziati, specialisti in una questione ben definita, non troppo numerosi affinché il dialogo tra di loro fosse veramente fecondo e in modo che potessero esaminare in comune tutti i dati del problema. Il successo ha risposto alle speranze; una volta ristabilita la pace, le Settimane di studio si moltiplicarono, come ci è stato appena ricordato: la nostra è la dodicesima.
«L’impiego dei fertilizzanti e il loro effetto sul miglioramento dei raccolti, specie con riferimento alla qualità e all’economia»: questo è il vostro tema. È con vivo interesse che abbiamo scorso i riassunti inviati da ciascuno di voi per la preparazione dei lavori. Il loro aspetto tecnico esula dalla nostra competenza e appartiene a voi soltanto. Ma il tema affrontato tocca tali interessi umani, che la Chiesa, interessata come è allo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, angosciata dal dramma della fame nel mondo, preoccupata per l’abisso che, anziché colmarsi, sembra farsi più profondo tra i paesi industrializzati e quelli ancora legati all’economia rurale, la Chiesa, diciamo, attende molto dalle vostre ricerche, per contribuire alla soluzione di questi problemi.

Il dramma della fame nel mondo
Rendere le risorse alimentari proporzionate alla crescente popolazione del globo, vincere la malnutrizione, mettere infine i paesi poco industrializzati, fornitori di prodotti agricoli, in condizione non troppo svantaggiata nel commercio mondiale: tutte queste sono anzitutto ambizioni umane, e tendono a rispondere in maniera più soddisfacente alla giustizia sociale, sia tra settori produttivi nelle regioni di civiltà industriale avanzata, sia tra queste e le popolazioni prevalentemente agricole.
Almeno per le prime, progressi indiscutibili sono stati compiuti, grazie ai vostri lavori. Le nuove generazioni rurali conoscono il divario che ancora le separa dalla vita cittadina, e i vantaggi che a quest’ultima sono offerti da una tecnologia avanzata. Se esse non ne profittano nella stessa misura, ne ricevono le conseguenze e le utilizzano. Grazie alla meccanizzazione, esse hanno potuto estendere le loro aree coltivate. Ricorrendo ai fertilizzanti, hanno accresciuto e talvolta raddoppiato i loro raccolti. Esse hanno imparato a far analizzare i terreni, per conoscerne le attitudini. Esse tendono alla specializzazione. Sebbene ridotte di numero, sono in grado di garantire la sussistenza di popolazioni più numerose e più esigenti. Da tradizionale e consuetudinaria, l’agricoltura poco a poco diviene esperta e tecnica. Il contadino cede il posto al conduttore agricolo.
Per tutto ciò, vi attende un compito profondamente umano. Voi siete e sarete sempre più gli educatori di questi coltivatori agricoli: essi si attendono molto dai vostri insegnamenti. Voi insegnerete loro a ricercare la qualità più che la quantità, perché si tratta dell’alimentazione degli uomini; a equilibrare i fertilizzanti, per non sfruttare la terra, domandandole più di quanto non possa dare; a non contribuire, con l’uso abusivo di pesticidi mal controllati, alla polluzione delle acque. Problema eminentemente etico. Voi insegnerete che se il desiderio di una più giusta remunerazione del lavoro e l’aspirazione a una vita più degnamente umana sono legittimi, vi è anche la nobile missione di offrire agli uomini una sana alimentazione, non contaminata da malsani artifici, destinati solo ad aumentare una produzione quantitativamente abbondante. Ma, voi lo sapete, la nostra sollecitudine va anzitutto ai più poveri che, a causa della loro debolezza economica, rimangono in condizioni d’inferiorità nel campo degli scambi internazionali. Perciò ci rallegriamo nel trovare nel vostro programma identiche preoccupazioni: uso corretto dei fertilizzanti nelle regioni tropicali e subtropicali umide, importanza della fertilità del terreno nell’America Latina tropicale, ruolo dei fertilizzanti nell’agricoltura africana. Anche qui sarete educatori indispensabili, i soli, forse, capaci di aprire a nuovi orizzonti una popolazione troppo attaccata alle proprie abitudini.

L'attività della FAO
Molto è già stato fatto. Da oltre vent’anni, la FAO si dedica a questi problemi, non senza difficoltà, ma non senza risultati. Grazie all’impiego di fertilizzanti più adatti, a una migliore selezione delle sementi, a delle tecniche meno arretrate, paesi che sembravano condannati alla fame endemica hanno migliorato notevolmente il rendimento del suolo, aumentato la produzione. Ma resta molto da fare. Avete anzitutto da compiere opera di persuasione, con sperimentazioni varie ma conclusive. Perché il contadino, anche poco istruito, anche analfabeta, crede a ciò che i suoi occhi hanno visto. Le vostre ricerche gli insegneranno a non sfruttare un terreno già troppo povero, coltivandolo in maniera troppo brutale o troppo primitiva, a equilibrare le rotazioni delle colture, per esser meno vittime delle incertezze del clima, ad adattare l’uso dei fertilizzanti alle condizioni del terreno e del clima. Una cosa è certa: una parte troppo grande del continente emerso non è coltivata razionalmente. Il primo atto della lotta contro la fame consiste nel far produrre al terreno tutto ciò che esso può dare: e questo spetta alla vostra competenza.
Se voi riuscite a convincere non solo il contadino curvo sulla sua terra desolata, ma anzitutto i responsabili dell’economia nazionale, si sarà fatto un grande passo avanti. Avendo migliorato le condizioni della sua vita materiale, il contadino indiano, africano, sudamericano potrà infine accedere più pienamente ai beni dello spirito ai quali egli aspira, a una cultura che non sia ricopiata su altre, ma che gli sia propria, che permetterà anche a lui di elevarsi al di sopra di se stesso e di divenire più uomo.
Possano le vostre ricerche, talvolta ignote ma efficaci, provocare lo sforzo comune di tutti gli uomini di buona volontà per impiegare le immense risorse del loro spirito e delle loro mani a fertilizzare la terra.4 Non si tratta in definitiva che della conclusione espressa da uno di voi: «I mezzi tecnici, scrive il Prof. Baade: migliore nutrizione delle piante, ricorso ai fertilizzanti commerciali, conosciamo tutto ciò da centocinquant’anni. Ma la messa in opera di tali mezzi tecnici, questo è legato al progresso nel campo della moralità umana, in cui consiste il vero progresso dei popoli, che è determinante».5

L'interesse che la Chiesa rivolge alla ricerca scientifica
Così – voi lo vedete, Signori – il discorso sulla scienza si conclude in un discorso sull’uomo, sul suo valore spirituale e morale, condizione di vero progresso per la persona come per la società: questa è la vera giustificazione del profondo interesse che la Chiesa rivolge al lavoro scientifico.
Non ci resta, a conclusione di questo incontro, che rinnovarvi le nostre felicitazioni e i nostri voti. Lo facciamo di tutto cuore, invocando sulle attività della vostra Accademia, sulla felice continuazione dei vostri lavori, sulle vostre persone, sulle vostre famiglie e su tutti quanti hanno voluto, con la loro presenza, accrescere la solennità di questa udienza, l’abbondanza delle benedizioni divine.

1 In Multis Solaciis, AAS 28 (1936), p. 424.
2 Gaudium et Spes, n. 15, § 3.
3 Populorum Progressio, n. 20.
4 Cf. ‘Discorso del 16 novembre 1970 alla F.A.O.’, in AAS 62 (1970), p. 837.
5 Prof. Dr. F. Baade, Kiel, Germany: programme of the study week on the use of fertilisers: ‘A century of crop increase, thanks to the use of commercial fertilisers; looking back to the year 1900 and forward to the 2000’, p. 135.

Collegamenti

L’impiego dei fertilizzanti per l’incremento dei raccolti in rapporto alla qualità e all’economia - Parte I

Study Week, 10-16 April 1972 Scripta Varia 38 Vatican City, 1978 pp. xci-1423 ... Continua