Europa: i rifugiati sono nostri fratelli

refugees2016

Casina Pio IV Summit 9-10 dicembre 2016 – Papa Francesco, nella sua Enciclica Laudato si’, ci ha chiamati a una maggiore conversione del cuore verso “i fratelli e le sorelle più fragili”, sostenendo che dobbiamo fare di più per prevenire le crisi umanitarie prima che esse abbiano luogo. Quando queste però avvengono, dobbiamo essere certi che la nostra risposta sia proporzionata ad affrontarne l’enormità, e adeguata all’urgenza che tali sfide comportano. Infatti, non ha senso fornire tende e acqua potabile quando tutti sono già deceduti per il freddo o la disidratazione.

Nella sua Enciclica il Papa ci chiede specificamente di dare priorità a quelle soluzioni che possano portare a risultati tangibili a favore degli emarginati e degli esclusi, che più hanno bisogno del nostro aiuto.

Questo Summit è stato convocato per attirare l’attenzione internazionale sulla minaccia alla stabilità mondiale rappresentata dal crescente numero di rifugiati sul nostro pianeta, un numero che al momento supera i 125 milioni.

Tra le cause che hanno indotto tali persone – bisognose di assistenza umanitaria urgente – a lasciare la propria terra ci sono la guerra, la carestia e i disastri naturali, che, negli ultimi anni, sono aumentati sia di numero che di pericolosità (e che spesso sono causati dalle attività umane basate sull’utilizzo di combustibili fossili).

Tre quarti di tutte le odierne emergenze umanitarie sono la diretta conseguenza di una guerra. Per ridurre tale cifra niente sarebbe più efficace che porre fine a tutti i conflitti armati – e prevenire quelli futuri o la ripresa di quelli storici – così da eliminare in un colpo solo la principale causa degli esodi di massa dei rifugiati.

Le cause della guerra sono molteplici e non sempre giuste: orgoglio nazionale, avidità, rabbia, brama di potere, indolenza verso il fare del bene, invidia nei confronti dei paesi vicini. In breve, questo flagello affonda le sue radici in una umanità incline all’egoismo e all’interesse personale.

Di conseguenza, è logico che le soluzioni per le cause che conducono alle guerre non possano nutrirsi che delle corrispondenti virtù opposte: l’amore tangibile verso i nostri nemici, sempre maggiori manifestazioni di umiltà e temperanza. Più nello specifico, la giustizia, facendo leva sul diritto internazionale, può contribuire a disinnescare le tensioni e aumentare la consapevolezza nei confronti dei doveri verso l’umanità.

Il restante quarto di emergenze umanitarie sono provocate dai disastri naturali, in larga parte derivanti da crisi ambientali come carestie, alluvioni, gravi anomalie metereologiche ecc. A loro volta, molte di queste crisi ambientali sono di origine antropica, come dimostrano gli ormai chiari effetti di un uso sconsiderato da parte dell’uomo di combustibili fossili, di pratiche agricole aggressive e deforestazioni.

In generale, i disastri ambientali colpiscono più duramente coloro che meno possiedono. Questo perché i poveri sono inevitabilmente i più sprovvisti di mezzi per affrontare tali circostanze avverse.

Chiaramente, il più grande dovere morale nell’assistere e nel prestare soccorso e assistenza a queste vittime spetta a coloro che in primo luogo hanno dato origine a tali catastrofi ambientali.

Per questo, vale la pena evidenziare che, mentre oggi molte persone sono costrette all’esodo per “cause naturali”, molte altre non sono che vittime innocenti di azioni e decisioni prese da altri, ovvero, di circostanze totalmente evitabili.

Sia l’origine naturale che quella bellica alla base delle crisi umanitarie hanno un drammatico tratto in comune: la loro prevenzione è migliore della cura. È per tale motivo che l’Accordo di Parigi COP21 sui cambiamenti climatici può, a ragione, essere definito un trionfo umanitario.

Gesù Cristo fece una promessa rivoluzionaria: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Questo precetto contiene un appello universale. Durante il Summit, perciò, si cercheranno nuove strade per costruire la pace: vie che siano adeguate ai nostri tempi e capaci di cogliere tutte le opportunità a noi disponibili per unire le persone; strade che mettano in evidenza la dignità umana di tutti i rifugiati – i quali versano in situazioni già drammatiche, ma che vengono esacerbate dall’esclusione sociale – e che permettano di affermare la loro identità.

Oggi, l’uomo moderno ha creato un benessere che non ha precedenti nella storia. Perciò, sulle nostre spalle ricade un’ulteriore responsabilità morale: utilizzare questo potenziale per porre fine alle guerre, evitando così le loro nefaste conseguenze sull’umanità. Non si dovrà risparmiare alcuno sforzo per incoraggiare tutti gli uomini e le donne di buona volontà a partecipare in questa impresa.

Non si tratta di una priorità che possiamo lasciare nelle mani dei nostri leader politici, delle ONG o delle organizzazioni filantropiche internazionali: ognuno di noi, a seconda delle proprie capacità e competenze, deve trovare il modo di dare il proprio contributo a livello istituzionale e personale.

Come disse una volta la deputata messicana Ana María Jímenez, alla Casina Pio IV, “nessuno è così povero da non avere nulla da dare o nulla da condividere; nessuno è totalmente privato della possibilità di esercitare la carità; ciascuno può essere protagonista nel contribuire al bene comune”. Ed è su questa base che lanciamo un appello affinché ciascuno contribuisca come può a eliminare dalla faccia della terra i flagelli della guerra, dei cambiamenti climatici e dello sfruttamento, a partire da oggi e per sempre.

Nessun’altra azione che potremo intraprendere sarà più significativa per coloro che più hanno bisogno del nostro aiuto. Questo è ciò che vorremmo che gli altri facessero per noi se ci trovassimo in tale situazione. Approfondendo questa riflessione, nessuno sfugge alla regola aurea del “Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.

Cosa va fatto, dunque, in termini concreti? Durante l’imminente Summit saranno presentate e valutate una serie di proposte, che nel loro insieme puntano a ridurre i rischi di una spirale di reazioni catastrofiche nel breve termine, ed anche a massimizzare e consolidare i benefici delle riforme nel lungo termine:

In primo luogo, fermare all’origine l’ondata di rifugiati, mettendo immediatamente fine alla guerra in Siria.

Secondo, non bisogna sanzionare la Gran Bretagna per la sua uscita dall’Unione Europea, caratterizzata dalla preoccupazione su come vivere l’unità a fronte dell’arrivo massivo di rifugiati e della mancanza di lavoro. Ciò significa pensare a una forma di unione più creativa e feconda, finanche a una “sana disunione”. Questo implica accordare maggiore indipendenza e libertà ai paesi della UE in generale e, più in particolare – relativamente al problema dei rifugiati – pattugliare le frontiere nazionali e dell’Unione Europea al fine di accogliere i migranti economici “così come arrivano”. La priorità deve essere data al salvare vite. È fondamentale creare un robusto sistema di assistenza per i rifugiati, consentendo loro di chiedere asilo, accogliendo in modo equo le loro richieste, ricollocando i più vulnerabili e soddisfacendo i bisogni primari come l’istruzione e la salute.

Terzo, devono essere creati dei corridoi umanitari sicuri e certi, riconosciuti a livello internazionale non solo dai paesi membri della UE – in cui l’attuale situazione sta portando le infrastrutture del welfare oltre il limite della sostenibilità – ma anche in paesi meno popolosi quali, tra gli altri, l’Argentina, l’Australia, il Brasile, il Canada, gli USA, e il Medio Oriente. Si deve rispettare il principio di non respingimento (Non refoulement) dei rifugiati e, in ogni caso, esaminare la possibilità di un loro accesso al mercato del lavoro nel paese ospitante.

Quarto, offrire l’amnistia o altri tipi di soluzioni per le vittime della schiavitù moderna e la tratta di esseri umani che vengono sottoposti a forme di lavoro forzato, prostituzione e traffico di organi. Molte persone sprovviste di documenti, inclusi i minori, vengono raggirate e  fatte oggetto di tratta a fini di sfruttamento sessuale (soprattutto le donne) o schiavizzate attraverso la falsa promessa di una regolarizzazione della loro posizione migratoria. Disgraziatamente, le organizzazioni criminali per tenere sotto controllo le vittime di prostituzione e lavoro forzato usano la minaccia dell’espulsione; oppure detengono in loro possesso il passaporto o altri documenti rilasciati ai migranti, per tenere le loro vittime in una condizione di perenne sottomissione. Tutti i paesi devono investigare e perseguire i gruppi di trafficanti che operino una qualsivoglia forma di sfruttamento su rifugiati e migranti, e porre sopra ogni cosa la sicurezza e la dignità di queste persone.

Quinto, ripristinare un senso di giustizia e di eque opportunità nelle disilluse classi lavoratrici, nei giovani disoccupati e in tutti coloro la cui condizione economica è stata indebolita dalle crisi finanziarie e dall’esternalizzazione e precarizzazione del lavoro. Ciò comporta implementare ampi programmi di spesa sociale nella sanità, nell’istruzione, nella formazione, nella specializzazione e nel sostegno alle famiglie, il tutto finanziato attraverso la chiusura dei paradisi fiscali (che danneggiano il gettito degli Stati ed esasperano l’ingiustizia economica). Inoltre, bisogna concedere alla Grecia una riduzione del debito, con la speranza di porre fine alla prolungata crisi dell’eurozona.

Sesto, non meno importante è concentrare le risorse, compresi eventuali aiuti aggiuntivi, nel promuovere lo sviluppo economico dei paesi a basso reddito, piuttosto che nella guerra. In maniera del tutto indipendente dalle politiche migratorie che vengono applicate, la migrazione incontrollata dalle regioni povere e segnate dalle guerre diventerà incontrollabile se il cambio climatico, l’estrema povertà, la mancanza di istruzione e di formazione continueranno a indebolire lo sviluppo di Africa, America Centrale e Caraibi, Medio Oriente e Asia Centrale.

Tutto questo pone in rilievo la necessità di passare da una strategia basata sulla difesa e la guerra, a una più focalizzata sullo sviluppo sostenibile e globale, specialmente nel caso dei paesi sviluppati. Innalzare altri muri e recinzioni non fermerà i milioni di migranti in fuga dalla violenza, dall’esclusione, dalla povertà estrema, dalla fame, dalla sete, dalle malattie, dalla siccità, dalle inondazioni e da altri mali. Solo la cooperazione internazionale per il raggiungimento della giustizia sociale può essere la soluzione.

In conclusione, urge che i Sindaci, in quanto autorità più vicine alla cittadinanza, mettano a disposizione le loro competenze per accogliere e regolarizzare tutti i migranti e i rifugiati. È necessario che la voce dei Sindaci venga ascoltata per promuovere la costruzione di ponti e non di muri. È necessario che la loro autorità sia al servizio dello sviluppo sostenibile e globale, della giustizia e della pace.

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Dichiarazione finale

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Declaración Final

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Grundsatzerklärung

Summit 9. und 10. Dezember 2016 Die europäischen Städte, die wir repräsentieren, sind “Gruppen von... Continua