Scripta Varia

Firenze. Abbattere i muri, costruire i ponti

Dario Nardella - Sindaco di Firenze

Desidero ringraziare a nome di tutti i cittadini di Firenze la Pontificia Accademia delle Scienze, il Vescovo Marcelo Sánchez Sorondo che la guida, e le città di Madrid, Barcellona e Parigi, qui presenti con i loro sindaci, per l’invito a partecipare a questo prestigioso appuntamento. Ringrazio Sua Santità che tra poco sarà presente in mezzo a noi per proseguire questo importante dibattito, e per la guida e la testimonianza che sta offrendo al mondo intero.

Inizio il mio intervento partendo da una citazione del mio illustre predecessore sindaco Giorgio La Pira. Il 28 febbraio 1970, infatti, il “Sindaco santo” scriveva queste parole a Papa Paolo VI: “Unificare il mondo: ecco il problema – unico – di oggi: unificarlo facendo ovunque ponti ed abbattendo ovunque muri”. Ancora una volta La Pira, di cui nel 2017 ricorrerà il 40° anniversario dalla morte e il 30° dall’inizio del processo di beatificazione, che mi auguro possa concludersi al più presto, ci dimostra la sua capacità di anticipare i tempi e prevedere lo sviluppo sociale. Certo, lui si riferiva a contesti completamente diversi, dominati dalla guerra fredda e dalla divisione del mondo in due blocchi, ma dalla lettera a Paolo VI emerge la stessa drammaticità e necessità di cui hanno parlato i sindaci che mi hanno qui preceduto.

Le cause globali del fenomeno migratorio, viste con gli occhi di Firenze, non sono molto diverse da come le vedono e le vivono le altre città. Tra queste le più significative, su cui sono certo possiamo concordare, sono:

• le guerre, in primis quella in Siria che da troppo tempo sta causando morti e distruzione e da cui tutti cercano di fuggire;

• lo squilibrio del sistema di produzione e distribuzione delle ricchezze nelle economie occidentali, che Papa Francesco ha chiamato economia liquida, che “tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti”;

• la tratta di essere umani in termini di lavoro forzato, prostituzione e traffico di organi a cui è necessario porre un freno;

• la mancanza di sistemi di rapido intervento in caso di crisi umanitarie, che non siano legati ad interessi economici o di parte.

Sono tutti temi su cui noi sindaci siamo chiamati a intervenire e collaborare con le nostre comunità, le istituzioni nazionali, internazionali, i media.

La realtà di Firenze è quella di un’importante città di un Paese di frontiera come l’Italia, dove migliaia di migranti ogni anno arrivano attraverso viaggi di fortuna. È una prospettiva non di primo impatto, di prima accoglienza, ma per cui occorre sicuramente un forte impegno per l’integrazione e l’inclusione. Attualmente sono presenti a Firenze quasi 2000 rifugiati richiedenti asilo provenienti in particolar modo dal fronte Mediterraneo della Libia e dell’Egitto e dall’Africa subsahariana, che si aggiungono ai 60.000 immigrati residenti (il 10% della popolazione). Sui richiedenti asilo che in questi mesi arrivano in Italia, rispettiamo appieno quanto concordato con il Ministero dell’Interno italiano e con le modalità di accoglienza decise insieme alla Regione Toscana.

I volti dei nostri migranti sono spesso i volti di donne e di bambini. Nella mia città arrivano ad esempio molti minori non accompagnati, che rappresentano un tema assai delicato dal punto di vista sociale. Abbiamo attualmente in carico circa 300 minori, dei quali più dell’80% sono provenienti dai Balcani (Kosovo e Albania). Possono sembrare – e sono – numeri piccoli rispetto ai drammi che alcune realtà devono sopportare. Pensate che in quest’ultimo anno ho avuto l’occasione di incontrare due volte Gultan Kisanak, sindaco della città curda di Diyarbakir, attualmente prigioniera presso le autorità della Turchia in quanto accusata di sostenere il PKK (Partito Lavoratori Curdi); ebbene la sola città di Diyarbakir – al confine tra Turchia e Siria – ospita circa 300.000 profughi siriani, cioè il doppio di quelli che dovrebbe ospitare l’Italia intera. Tra questi, migliaia di bambini.

Pensiamo anche alle donne. In Italia le donne sono il 51,2% degli stranieri residenti. Arrivano nel nostro Paese spinte dalla disperazione, dalla paura, con il peso spesso di lasciare a casa la propria famiglia, i propri figli. Noi non riflettiamo su cosa possa significare per una donna lasciare i propri figli per accudirne altri e l’importanza quindi del ricongiungimento familiare.

Nelle nostre città, cari amici sindaci, non arrivano “immigrati”: arrivano mamme, arrivano padri e figli. Non sono numeri, sono persone.

Dobbiamo tuttavia essere consapevoli che l’ospitalità di queste persone nel nostro contesto deve essere ben gestita e curata, per evitare conflitti sociali all’interno della comunità. Questo significa sperimentare modelli di accoglienza diffusa sul territorio e puntare ad eliminare completamente campi centralizzati: l’accoglienza ha più successo quando avviene in piccole-medie strutture, diffuse sul territorio, con quindi maggiore capacità di assorbimento. Queste misure rappresentano una possibilità di integrazione facilitata per gli immigrati, richiedenti asilo e rifugiati e costituiscono un presupposto per costruire modelli di convivenza reale senza dare vita a enclave etnici, veri e propri ghetti solo da tollerare. Oltre a ciò, la mia esperienza mi porta a riconoscere un ruolo decisivo alla fitta rete di associazioni, enti, cooperative che propongono attività a favore dell’inserimento sociale: cito solo l’ultimo caso, che partirà a breve, che è quello della partecipazione dei migranti alle attività del Banco Alimentare ONLUS, un’associazione caritatevole che recupera cibo non venduto, ma ancora buono, da supermercati e ristoranti, per passarlo alle mense e ai centri per i più poveri. Grazie a questa rete di solidarietà organizzata, abbiamo potuto coinvolgere molti rifugiati nella vita quotidiana della città, impiegandoli come volontari in attività preziose come l’assistenza agli anziani, soli e bisognosi, o la manutenzione del verde pubblico.

È stato emblematico il loro aiuto nel soccorrere la nostra città il 1 agosto dello scorso anno, quando siamo stati colpiti da un violentissimo nubifragio che ha colpito un intero quartiere della città.

La domanda però è la stessa per tutti noi: perché tutto questo passa in secondo piano rispetto al rifiuto dei migranti che si esprime ovunque nel nostro continente europeo e nel resto dei paesi sviluppati? Perché quel sentimento umano e naturale dell’accoglienza viene schiacciato dalla paura e dall’odio verso chi scappa da conflitti e miseria?

Credo che il filosofo Zygmunt Bauman abbia descritto perfettamente il fenomeno sociale legato alla reazione che molte persone hanno nei confronti dell’”altro”: tutto nasce dall’insicurezza che vive la società contemporanea, segnata dall’indebolimento dei legami interpersonali, dallo sgretolamento delle comunità, dalla sostituzione della solidarietà umana con la competizione senza limiti. E questa sicurezza genera paura che viene riversata nei confronti di profughi e migranti. Ma la risposta non può essere quella di innalzare muri: “una volta che a chi chiede asilo da guerre e distruzioni questa misura sarà rifiutata, e che più migranti verranno rimpatriati, diventerà evidente come tutto questo sia irrilevante per risolvere le cause reali dell’incertezza. I demoni che ci perseguitano – la paura di perdere il nostro posto nella società, la fragilità dei traguardi che abbiamo raggiunto – non evaporeranno, né scompariranno” (Zygmunt Bauman, Intervista al Corriere della Sera del 16 luglio 2015). È la stessa risposta che viene da Papa Francesco, come così bene ha espresso nel suo discorso alla cerimonia di conferimento del premio Carlo Magno 2016, parlando della crisi dell’Europa: “Siamo chiamati tutti a riscoprire nuovamente l’Unione Europea come terra di unità [...] umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà. [...] Sogno un nuovo umanesimo europeo, un costante cammino di umanizzazione, cui servono memoria, coraggio, sana e umana utopia. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranza di vita.” (Papa Francesco, Discorso per il conferimento del premio Carlo Magno).

La paura invece non porta a guardare la realtà, distrugge la speranza. Stiamo perdendo la capacità di vedere la realtà è, attraverso di essa, la bellezza che vive intorno a noi. La paura porta all’egoismo e l’egoismo porta a chiuderci in noi fino ad autodistruggersi. Ne abbiamo un esempio lampante in Italia. Qui, nel 2015, sono nati 5000 bambini in meno rispetto all’anno precedente. Abbiamo toccato il livello minimo di nascite dal 1861. Quasi un paradosso: da un lato non accogliamo perché siamo spaventati di una popolazione sempre più grande che consuma sempre meno ricchezze, dall’altro ci priviamo di così tanta speranza che smettiamo di avere figli condannandoci all’estinzione.

Dobbiamo tutti noi riflettere anche su quanta responsabilità vi sia nel comportamento dei media, sempre più spinti a raccontare cinicamente una realtà distorta, che genera quella paura e quell’odio.

Noi sindaci possiamo e dobbiamo tornare a guardare la realtà, dobbiamo ripartire dalla grandezza e dalla bellezza dell’uomo. Le città di oggi non hanno eserciti, hanno comunità di uomini, le città di oggi non muovono guerre, sono operatrici di pace, le città di oggi non parlano una sola lingua e non praticano una sola religione, ospitano società complesse, ricche di tradizioni e culture diverse.

Proprio questo, credo, sia in fondo il principale contributo che la mia città, Firenze, può dare al mondo intero. Firenze è la culla dell’umanesimo, è la terra in cui è nata e si è diffusa quella cultura dell’unicità dell’essere umano, del rispetto e della salvaguardia della vita umana, dove per la prima volta nella storia è stata cancellata la pena di morte. L’umanesimo cristiano del tardo medioevo ha modificato concretamente la vita degli uomini: basti pensare che proprio a Firenze in quel periodo nascevano i primi ospedali dove i malati potevano trovare guarigione; e si sviluppavano le associazioni di volontariato per la cura e il conforto dei bisognosi, come la confraternita della Misericordia, che tutt’ora è attiva.

Ma com’è, dunque, possibile mantenere vivo questo apporto culturale, questo contributo concettuale e concreto allo stesso tempo, di fronte alle sfide di oggi?

L’esempio di Giorgio La Pira credo che ci sia di aiuto anche in questa occasione: nel mondo dilaniato dalla guerra fredda e dalla contrapposizione tra blocchi, egli seppe riportare il dialogo tra città e comunità al centro dell’agenda politica, organizzando numerosi incontri con Sindaci ed esponenti di città da tutto il mondo.

La strada del dialogo passa, quindi, attraverso la cultura, perché essa è il vero antidoto all’ignoranza, porta ciascuno di noi a incuriosirci e a spingerci a conoscere l’altro. Per definizione, la cultura è il confronto, è lo studio, è la conoscenza, dunque è il prendere atto di qualcosa che è oltre il semplice io, oltre noi stessi; e in questo le città sono luoghi di confronto, sono luoghi di convivenza.

In questo senso le città europee possono proporre all’Unione Europea un programma comune, nel quale prevalga un senso di responsabilità forte e il principio di leale cooperazione che oggi gli Stati membri non sembrano essere in grado di rispettare. Gli attuali trattati internazionali che regolano l’accoglienza dei richiedenti asilo non sono adeguati ad affrontare le ultime emergenze a partire dal limite di un sistema che scarica prevalentemente sui paesi frontalieri il compito della gestione dei flussi migratori e delle procedure connesse di riconoscimento dello status di rifugiati. L’UE non riesce a reagire alla combinazione impressionante delle guerre che si consumano ai suoi confini, degli esodi migratori, delle differenze sociali ed economiche sempre più rilevanti, del terrorismo che attecchisce nella povertà e nell’odio. Queste istituzioni europee appaiono sempre più impotenti, lente, immobilizzate dagli interessi degli Stati e soprattutto indifferenti alla voce delle città, alle loro proposte. Perché i massimi vertici dell’UE non convocano i sindaci delle città europee così come oggi avviene qui in Vaticano? Perché non ci viene chiesto di condividere un piano europeo basato su un modello diverso di accoglienza che smetta di inseguire l’emergenza e scommetta su politiche strutturate e di lungo periodo come la cooperazione allo sviluppo? I Paesi dell’UE spendono 311 miliardi di euro all’anno in attività militari e 56 miliardi di euro in cooperazione. Bene, noi tutti dovremmo chiedere all’Europa di dimezzare la prima voce per raddoppiare la seconda: un euro speso in cooperazione per ogni euro speso per la difesa.

La cooperazione tra le città è decisiva e può arrivare laddove non riescono gli Stati nazionali, irrigiditi dalla ragione di Stato e dagli interessi economici e politici. Le nostre città promuovono ogni anno incontri mirati a costruire una società plurale nel rispetto degli altri, superando barriere politiche e culturali. Questa è la strada su cui occorre insistere e sulla quale il Papa e la Chiesa possono aiutarci e sostenerci. A Firenze abbiamo promosso il forum Unity in diversity, iniziato nel 2015 a 60 anni dalla prima conferenza di La Pira, con 80 sindaci da 60 paesi da tutto il mondo, soprattutto teatri di guerra: Herat, Nazareth, Mogadiscio, Tunisi, Kobane, Baghdad e molte altre. L’obiettivo è quello di confrontarsi sulla promozione della pace, sul ruolo delle città e di come la cultura possa essere veicolo di pace e di dialogo interreligioso. La Carta di Firenze, manifesto conclusivo della prima edizione, ha stabilito alcuni principi comuni, ed ha costituito Unity in diversity come piattaforma operativa continuativa, con l’obiettivo di operare sul campo insieme ai principali organismi internazionali, a cominciare dall’UNESCO. Da qui sono nati progetti concreti di cooperazione con città come Tunisi, Fez, Kobane.

Vi ho parlato di questa iniziativa perché sia evidente la nostra comune missione di costruire ponti e abbattere muri. A questo scopo ritengo possa essere molto utile dedicare uno dei nostri prossimi incontri con la Pontificia Accademia delle Scienze al tema specifico del Mediterraneo e al modo con cui possiamo tutti insieme collaborare per portare stabilità e pace in questa area cruciale del Pianeta.

Firenze è aperta ad intraprenderne con voi questo ed altre iniziative per promuovere un vero dialogo e costruire una società più giusta e più accogliente. La nostra forza è la forza della nostra storia, la mostra missione è la missione che scaturisce dalla memoria, dalle radici secolari e millenarie che hanno generato e rigenerato le nostre città. La storia delle città è la storia di guerre ma è soprattutto la storia di incontri, e di costruzioni di progetti.

In Svizzera negli anni ’60 ci fu una grande ondata di immigrati italiani e lo scrittore Max Frisch disse questa frase: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”. Non dobbiamo dimenticare da dove veniamo se vogliamo costruire un futuro.

Grazie

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