Scripta Varia

Bari, Italy

Antonio Decaro, Sindaco di Bari

Rivolgo al Santo Padre il deferente saluto e il ringraziamento mio e dell’Associazione nazionale dei comuni italiani, per la costante attenzione che ha sempre dimostrato nei confronti del ruolo dei sindaci.

Ringrazio la Pontificia Accademia delle Scienze e Monsignor Marcelo Sánchez Sorondo per l’impegno e la passione profuse per organizzare, in questa prestigiosa sede, incontri su temi che riguardano il nostro agire quotidiano nel governo delle nostre comunità. Quest’anno ho l'onore e la responsabilità di rappresentare, oltre che la città di Bari, di cui sono sindaco, anche i sindaci dei comuni italiani in qualità di presidente dell'Anci.

I numeri del fenomeno migratorio, a livello internazionale ed europeo, che abbiamo ascoltato in questi due giorni sono impressionanti ed è innegabile il ruolo centrale svolto dall'Italia che, geograficamente, è l’approdo privilegiato delle principali rotte dei flussi che attraversano il mediterraneo. Ovviamente l'impatto di questo fenomeno in tali dimensioni e proporzioni sulle comunità locali che amministriamo è inevitabile anche se non ingestibile.

Li abbiamo definiti flussi migratori inarrestabili ma a me piace pensare invece che sia il diritto alla vita per se stessi e per i propri figli che si manifesta in milioni di gambe umane che si mettono in marcia verso un luogo dove sia assicurato quel diritto. Così le parole pronunciate dal Santo Padre, lo scorso aprile durante il suo viaggio nell’isola di Lesbo, richiamano in modo ancor più forte la nostra responsabilità morale di amministratori e rappresentanti istituzionali: “I migranti sono un dono e non possono essere considerati un peso”.

Papa Francesco ha visto nelle lunghe file di persone in marcia verso la speranza, “la testimonianza di come il nostro Dio clemente e misericordioso sa trasformare il male e l'ingiustizia di chi soffre in un bene per tutti”. “Perché - continua - ognuno di loro può essere un ponte che unisce popoli lontani, che rende possibile l'incontro tra culture e religioni diverse, una via per riscoprire la nostra comune umanità”.

Di questo straordinario incontro è testimone, da oltre mille anni, la città da cui vengo e che ho l’onore di guidare: Bari.

La mia è una città di mare, di approdi e partenze. Per secoli è stata attraversata da popoli e culture differenti e ha scelto come santo patrono un santo dalla pelle scura. Da quello stesso mare 24 anni fa, nell’estate del 1991, arrivò la prima grande ondata migratoria sulle coste italiane. Non era un barcone. Era una nave. Era la Vlora. Erano ventimila. Ventimila uomini, donne e bambini albanesi in fuga dal paese più povero d’Europa, all’epoca, alla ricerca di una vita migliore, alla ricerca della dignità perduta. Ventimila. Ciononostante, la città non fece barricate, non costruì muri, non scese in piazza a protestare. I baresi, semplicemente, aprirono le porte ai loro fratelli in difficoltà. Le porte del cuore, e qualche volta, anche le porte di casa. Forse perché l’ospitalità l’abbiamo nel sangue, noi baresi. O forse perché non vogliamo deludere il nostro santo patrono, San Nicola, il santo che unisce Oriente e Occidente, il santo straniero, simbolo dell’ecumenismo religioso e paradigma dell’incontro tra popoli.

L’accoglienza oggi però non può più essere mera vocazione ma deve farsi istituzione e integrazione. Negli ultimi 15 anni i Comuni italiani hanno svolto il loro ruolo secondo i principi di responsabilità e di sostenibilità. Su questi due pilastri che si realizza il sistema di accoglienza decentrato e diffuso in oltre 600 comuni italiani coinvolti e che prende il nome di SPRAR. Ma è chiaro che con l’acuirsi delle crisi e con flussi in continua crescita, i governi nazionali, a partire da quello italiano, hanno messo in campo procedimenti emergenziali che se, da un lato, hanno salvato migliaia di vite umane, dall’altro hanno bypassato il coinvolgimento delle comunità determinando disservizi sui territori che i sindaci continuano ancora oggi a gestire con fatica. Una pressione ingiustificata e non accompagnata, su comunità, a volte di piccolissimi numeri, che ha alimentato sentimenti di paura e di xenofobia.

Io, invece sono qui a testimoniare l’orgoglio nei confronti dell’Italia, che dal quel lontano 1991 non ha voltato la testa dall’altra parte. L’Italia c’è stata e c’è ancora, c’è con i suoi volontari, c’è con i centri di prima accoglienza, c’è con gli uomini della guardia costiera che salvano decine di vite in mare ogni giorno, c’è soprattutto nei tanti gesti quotidiani di solidarietà che compiono i cittadini nei confronti di chi arriva nel nostro Paese. L’Italia c’è ed è pronta a fare la sua parte ma non può essere più da sola. Perché per noi i 24.000 minori non accompagnati arrivati nel nostro Paese, prima che un numero, sono bambini e ragazzi che hanno diritto ad un futuro e su questo concordo pienamente con Anne Hidalgo quando sostiene che “l'accoglienza di tutti i bambini nelle nostre scuole è una delle condizioni essenziali per la convivenza e la coesione”. Su questo punto non possiamo che riconoscerci tutti, sarà impopolare ma è nostro dovere ricordare il messaggio che Papa Bergoglio ci ha lasciato per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato: “Ognuno è prezioso, le persone sono più importanti delle cose e il valore di ogni istituzione si misura sul modo in cui tratta la vita e la dignità dell’essere umano, soprattutto in condizioni di vulnerabilità, come nel caso dei minori migranti”.

Per questo, la rete dell’accoglienza deve essere diffusa, equa e soprattutto deve essere accompagnata da chi la propria comunità e il proprio territorio li vive ogni giorno. Su questa necessità, l’Anci ha avviato con il Governo italiano un’interlocuzione proficua per costruire una “rete di Comuni” che faccia sentire la propria voce a livello nazionale ed europeo sull’accoglienza sostenibile, sull’importanza di avviare azioni di integrazione che trasformino l’emergenza in inclusione sociale. Abbiamo davanti a noi un percorso lungo e delicato, che necessita di regole certe ma anche di uno sforzo collettivo che richiede il coinvolgimento di tutti, a partire dai cittadini.

L’ANCI ha inoltre chiesto di potenziare le commissioni territoriali di ascolto, organo deputato al riconoscimento dello status di rifugiati politici che hanno in attesa centinaia di persone “sospese” che troppe volte finiscono per trasformarsi in soggetti invisibili. Ancora una volta porto all’attenzione di tutti voi il caso della mia città: Bari è sede di CIE, di Centri di accoglienza dei richiedenti asilo e di commissione d’ascolto. Questa presenza così massiccia determina un presenza di migranti quotidiana e oltre misura che spesso le istituzioni fanno fatica ad intercettare e a conoscere. Questo mette in difficoltà lo stesso Comune impossibilitato così a prestare loro un servizio, seppur minimo. Bari, come tutte le grandi città nata e cresciute a ridosso del mare Mediterraneo, da sempre fa i conti con la vitalità di un mare che porta con sé gli echi di altri Paesi e di altre storie. Ha vissuto e vive le contraddizioni e i limiti legati all’accoglienza di popoli in transito. Eppure, nonostante in tutto il mondo serpeggi la paura del fanatismo religioso, Bari non ha mai rinunciato ai principi dell’accoglienza, ai valori della solidarietà e all’arte del dialogo. Ma non possiamo essere più da soli, non possiamo essere gli unici a svolgere il ruolo di sentinelle del Mediterraneo che da culla di civiltà e culture si è trasformato in un cimitero liquido.

Chiudo con un messaggio di speranza perché credo che se “le persone sono più importanti delle cose” ed è questo il tempo di dare valore alle persone, allora come scrissero i padri fondatori dell’Unione Europea a Ventotene nel 1941 “La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!”.

Grazie a tutti.

 

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